21 Settembre 2020 · 04:50
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Le dimissioni di Pioli contro Della Valle aprirono la contestazione del tifo viola contro la società

Domani, quando salirà le scale del tunnel che dal ventre del Franchi porta sul rettangolo di gioco, la prospettiva gli sembrerà di sicuro diversa. Dovrà essere forte ancora. E magari quel tatuaggio custodito gelosamente sul polso, il 13 di Davide Astori, il capitano eterno, suo e di una città, Firenze, diventerà il gancio a cui aggrapparsi per non farsi travolgere dall’emozione.

Stefano Pioli torna in quella che per una stagione e tre quarti era stata casa sua 321 giorni dopo l’ultima volta, il 7 aprile di un anno fa, nella gara (persa) contro il Frosinone. Saluterà ancora una volta Beppe Iachini, con cui ha condiviso il passato da calciatore proprio con la maglia viola indosso, e la centrifuga di emozioni dovrà essere bravo a metterla in stand by.

Anche al minuto 13, quando il Franchi ricorderà il suo giovane alfiere, strappato alla vita in una domenica di marzo a Udine, quella che ha sancito un prima e un dopo. Perché nulla è stato più come prima. E nonostante tutto, il vuoto, il silenzio, il disorientamento, fu capace di rimettere insieme i pezzi dei suoi ragazzi, senza farsi indietro lui per primo. Ci aveva pensato, ma erano stati i suoi giocatori a convincerlo che no, non avrebbe potuto lasciare qualcosa a metà.

Il cerchio, al contrario, lo ha chiuso in anticipo lui dieci mesi fa, in un assolato pomeriggio di aprile, il 9, il giorno che lo ha visto comunicare a quegli stessi ragazzi che non sarebbe stato più lui a guidarli nel loro percorso, primo allenatore dell’era Della Valle a dimettersi in 17 anni di storia.

In passato erano serviti gli esoneri per dare la scossa all’ambiente, da Cavasin a Mondonico, da Mihajlovic a Delio Rossi. Ma non a lui, il normalissimo Stefano Pioli, quello che girava con la sua bicicletta che, tra caschetto, occhiali, guanti e tenuta da ciclista, stentavi a riconoscerlo benché uscisse dal cancello del centro sportivo che affaccia su Piazzale Campioni del ’56.

Dopo il comunicato diramato dalla (vecchia) società, si fece da parte, ritenendo essere «state messe in discussione le capacità professionali e, soprattutto, umane». Se già prima, la stima del tifo viola per Pioli era assolutamente conclamata, subito dopo, in città, ci fu una sorta di sollevamento popolare in sua difesa e contro la famiglia marchigiana. Pochi giorni dopo Firenze si svegliò con lenzuoli di contestazione appesi in ogni dove, tra cavalcavia (quello della Fortezza da Basso), luoghi d’interesse (piazzale Michelangelo) e snodi ben trafficati (zona Peretola), preludio del flash mob contro la proprietà dell’11 maggio di fronte alle loro boutique in via Tornabuoni, poche settimane prima del cambio di proprietà.

Eppure, Stefano, non ha mai tuonato contro nessuno. Tornato a Firenze in occasione della manifestazione di Pitti, la scorsa estate, salutò tutti, col solito sorriso, ma senza accendere polemiche sul passato, semmai attento a non risparmiare un saluto o una stretta di mano alla gente, la sua gente fin da quando in campo ci scendeva lui e, per la prima volta, si innamorò di ogni angolo della città.

Corriere dello Sport

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