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Cecchi Gori: “Rui Costa il più forte avuto nella Fiorentina. Vlahovic non ti fa vincere contro le grandi”
Rassegna Stampa

Cecchi Gori: “Rui Costa il più forte avuto nella Fiorentina. Vlahovic non ti fa vincere contro le grandi”

Redazione

16 Aprile · 10:18

Aggiornamento: 16 Aprile 2022 · 10:20

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L’ex presidente della Fiorentina Vittorio Cecchi Gori ha parlato al Corriere fiorentino, queste le sue parole:

Partiamo dal calcio, a proposito di aver lasciato qualcosa. Lei è l’ultimo presidente ad aver vinto a Firenze. Una Supercoppa, due Coppe Italia. E quasi uno scudetto.

«Purtroppo c’è quel quasi di mezzo».

Quanto le pesa quel quasi?

«Mi dà fastidio tuttora. Come sempre succede nel campionato italiano, all’ultimo ci sono un po’ di influenze esterne che in qualche modo intaccano il risultato. Subimmo qualche torto, ci fu qualche speculazione sul fatto che Edmundo fosse tornato in Brasile per il carnevale. Non era vero, nel contratto era previsto che dovesse rientrare per presentarsi a un processo. Ci furono malumori. E Batistuta si fece male. E poi avevamo subito torti arbitrali anche in Europa, la squalifica del campo dopo il Barcellona, quell’assurdo petardo l’anno dopo a Salerno in campo neutro dopo aver vinto 2-0 all’andata».

Aveva costruito una squadra molto forte.

«Avevamo battuto il Manchester United, ed era imbattuto da anni. Avevamo vinto con l’Arsenal a Wembley. Ma eravamo comunque degli outsider».

Lei è sempre stato un terzo incomodo…

«Dappertutto. Io mi basavo sui successi in prima linea e non sulle banche, sulle alleanze, così ero facilmente colpibile. Oggi come allora vincono i grossi gruppi, i fondi, stranieri e non più italiani».

Oggi più che ieri.

«Il calcio si presta a questo, però perde quella matrice vera che lo tiene in vita, che è il tifo della proprietà».

Sul tifo della sua famiglia per la Fiorentina non ci sono mai stati dubbi.

«Babbo e mamma si sono conosciuti in Curva Ferrovia durante una partita. Più tifosi di così…».

Poi Mario Cecchi Gori ha acquistato la Fiorentina.

«E suo figlio Vittorio ha fatto il tifo perché la comprasse. Poi purtroppo poco dopo è mancato. Così, anche se nei fatti già portavo avanti io la società, a quel punto ho preso in mano tutto e ho continuato».

Quanto ha pesato la figura di suo padre nella sua vita? Prima produttore cinematografico con e come papà, poi presidente viola con e come papà…

«Io sono stato fortunato, perché fra me e mio padre c’erano vent’anni di differenza. Ero nato molto presto, diciamo così. E mi ha sempre portato con sé: a 12-13 anni io ero già un produttore in erba. Ed è stato così anche per il calcio. Così mi sono trovato preparato alla tenzone, e in più con la fiducia di mio padre».

Di mamma Valeria è invece rimasto famoso il gesto dell’ombrello allo stadio dopo un gol di Batistuta.

«Mamma era tifosa vera. Del resto Firenze è una città dove il rapporto con la squadra di calcio è viscerale».

Chi l’ha aiutata a scegliere i campioni che ha portato a Firenze? A partire da Batistuta.

«Quello l’ho comprato io. Ero a Los Angeles, mentre lavoravo per il cinema lo vidi in tv alla Coppa Libertadores e pensai: questo è perfetto per il calcio europeo. Allora dissi al nostro intermediario: portami Batistuta o non farti più vedere da me».

E Batistuta arrivò. Con Latorre e Mohamed.

«Fu un giro legato a Batistuta. Mi toccò prenderli. Ma giocavano come me…».

Batistuta è stato il miglior giocatore che ha acquistato?

«No. Rui Costa».

Batigol si offenderà.

«Ma no, Batistuta era un leone, un trascinatore. Rui Costa era talento purissimo».

Lei ha venduto Batistuta alla Roma.

«Dopo 9 anni…»

Avrebbe venduto Vlahovic alla Juventus?

«Sì. Vlahovic non è Batistuta. Batistuta era decisivo, Vlahovic ti fa vincere contro le squadre medie, con le grandi devo ancora vederlo».

È vero che Marcio Santos, quando firmò per la Fiorentina, fece inserire una clausola in cui, in caso di un tot numero di gol, avrebbe ottenuto una cena con Sharon Stone?

«Ho un vago ricordo… Ma è verosimile: Sharon Stone era amica di mia moglie».

Aurelio De Laurentiis ha seguito il suo percorso: dal cinema è arrivato al calcio.

«Ad Aurelio piaceva fare quello che facevo io. Quando io presi la Fiorentina si incaponì di prendere una squadra di calcio. Purtroppo lui prese il Napoli quando io persi la Fiorentina, così non ci siamo mai incrociati. Ma devo dire la verità: Aurelio è più bravo come presidente che come produttore. È un ottimo organizzatore, ha la stoffa».

Lei continua a sostenere che la Fiorentina le è stata strappata di mano. Perché? Si è dato una risposta?

«Hanno pesato i diritti tv. Io avevo un’enorme casa cinematografica, che poteva condizionare l’esistenza di una televisione. E quando si parla di comunicazione allora si toccano i vertici dello Stato. E il calcio aveva il problema dei diritti tv, cosa non risolta perché ancora oggi accadono le stesse cose che accadevano 30 anni fa. Ed è grave, perché io ci ho rimesso le penne per questo».

Come ce le ha rimesse?

«Mi misero contro la Rai, ma io non ce l’avevo con la Rai. Io ero un produttore di programmi, non un diffusore. La pay-tv era un concetto che mi piaceva, ma non decollava mai, tant’è vero che a un certo punto cullai l’idea di creare una piattaforma, europea ma con buoni rapporti con l’America. In realtà sulla carta era una partita vinta, però ho smosso troppi interessi».

La telefonata di Fedele Confalonieri che le chiese di fermarsi ci fu davvero?

«Io non volevo fare il terzo polo. Era solo una minaccia per mettersi d’accordo, non volevo farlo. Io volevo fare la piattaforma. Oggi è un termine comune, all’epoca nemmeno sapevano che cosa fosse. E sa che cosa penso: che alla fine fu un grande errore anche per Berlusconi».

In quel momento era presidente di una delle squadre più importanti d’Europa, produttore da premio Oscar, proprietario di televisioni, sposato con una donna bella e intelligente. E poi che accadde?

«Semplice. Crollò tutto».

Come lo visse quel momento?

«Non lo so neanche. Non lo so neanche che cosa è successo. Non era una questione di soldi, era una questione di potere. E chi non mi voleva bene mi ha massacrato».

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