“Poca Italia, ci salva Chiesa”, “Chiesa sveglia l’Italia”, “Abbiamo Fede”. Sono solo alcuni dei titoli che capeggiano sulle prime prime pagine dei quotidiani sportivi, in edicola questa mattina. Il riferimento, palese, è alla grande prova di cui ieri sera si è reso protagonista Federico Chiesa, alla sua sesta presenza con la maglia della Nazionale maggiore.

Fede, insieme all’altro Fede (quel Bernardeschi che volente o nolente una traccia ha lasciato dalle parti di Firenze), ha invertito l’andamento di una partita che sembrava ormai indirizzata su un binario completamente diverso rispetto a quello sperato da Roberto Mancini. Un’Italia spenta, sterile, inoffensiva ed inconcludente almeno fino all’ingresso del talento della Fiorentina. Una ventina di minuti per l’esterno viola, sufficienti però a rivitalizzare una Nazionale fino a quel momento piuttosto remissiva. 

Uno scampolo di gara, al posto di uno spaesato Insigne, nel corso del quale il pubblico del “Dall’Ara” ha potuto apprezzare le solite cavalcate sulla fascia, ormai diventate una piacevole abitudine per i tifosi gigliati. È proprio da uno di questi strappi che è nata l’azione che ha portato al calcio di rigore con il quale gli azzurri sono riusciti acciuffare l’1-1. 

Una palla che transita nei pressi del vertice dell’area, controllo orientato e via… Troppo veloce per il diretto marcatore (la vecchia conoscenza viola Blaszczykowski) che, nel disperato tentativo di salvare il salvabile, allunga la gamba che impatta sulla corsa del numero 14. Il VAR, non ancora introdotto nelle competizioni europee, non sarebbe nemmeno stato scomodato, poiché l’arbitro tedesco Zwayer non ha dubbi: si va dagli undici metri. Jorginho, freddo sul dischetto, spiazza l’estremo difensore e la Nations League degli azzurri si apre con un sofferto pari ottenuto in rimonta. 

L’Italia del calcio, cronaca a parte, sembra però essersi accorta del figlio di Enrico Chiesa… Sembra aver finalmente preso coscienza del fatto che, anche fra le macerie del disastro rappresentato dalla recente spedizione che – nostro malgrado – non ha visto il suo capolinea in Russia, possa comunque emergere un crack, potenzialmente invidiato (e desiderato) dal resto del mondo. Una riflessione dalla quale ne esce assai rivalutata anche la Viola stessa, in grado di rinfoltire i ranghi azzurri con ben tre giocatori come non accadeva da tempo.

Ecco che la mente, inevitabilmente, corre agli anni d’oro in cui Giancarlo Antognoni, corsa elegante e numero 10 sulle spalle, si laureava campione del mondo sotto il cielo di Spagna, alle travolgenti serpentine di Roberto Baggio durante le notte magiche  di Italia ’90 o alle capocciate di quel Luca Toni capace di salire su tetto del mondo con la casacca viola stretta al petto, sotto quella della Nazionale di Marcello Lippi. 

Frammenti di un passato nel quale la grandezza della Fiorentina era incarnata in un simbolo, capace di esaltare e di far gioire sia il popolo viola che quello italiano. Quell’icona che, come abbiamo scoperto questa mattina di fronte ad un cappuccino ed alla consueta cronaca sportiva, adesso ha un nome ed un cognome… quello di Federico Chiesa.

Gianmarco Biagioni

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