L’ho scritto molte volte, ho un grosso difetto: sono troppo sportivo.

E quindi pur odiando sportivamente ma visceralmente Roma e Juve non ho potuto fare a meno di avere un piccolo spirito di rivincita, di orgoglio e di sincera emozione nel vedere queste ultime due partite in coppa, almeno fino al 93’ della gara di Madrid.

Poi il solito rigorino alle spagnole e quel senso di marcio e di schifoso. Quella sensazione che se sei tifoso della Fiorentina conosci anche troppo bene.

Ricordo come oggi la nostra ultima esperienza in Champions.
Quando ci venne espulso Gilardino alla prima giornata del girone per un nonnulla e ne vincemmo comunque 5 di fila passando primi nel girone, vincendo a Liverpool al 93’.
Quando l’unica seconda forte era il Bayern e te la “estrassero” nel muso.
Quando li battemmo sul campo, ma poi furono mandati appositi “arbitri-killer”.

Per non parlare del passato. Della mancata qualificazione Champions nel 2013, della Coppa delle Coppe del 1997, della Coppa UEFA del 1990, del campionato 1981-1982. E chissà quante ne dimentico.

Eppure da grande sportivo quale sei, ci avevi sempre insegnato cose diverse ai microfoni, quando eri tu a vincere. Ci insegnavi che chi si lamentava dell’arbitro cercava scuse perché non vinceva. Ci insegnavi a migliorare tu, piuttosto che ad occuparti degli arbitri. Ora lo racconti ai napoletani, qualche anno fa ai romanisti, agli interisti, tanti anni fa lo raccontavano i tuoi predecessori anche a noi fiorentini. Per un periodo lo hai raccontato anche ai milanisti, quando dichiarasti di non aver visto che il pallone scagliato da Muntari era già entrato. E anche se lo avessi visto non lo avresti ammesso di fronte all’arbitro.  Ma sì che l’avevi vista Gigi.

È dura quando fai il massimo ma senti che la vittoria ti è sfuggita non solo per i tuoi errori sul campo. Quella sensazione che non ci siano state le stesse opportunità per te e per gli altri, quel senso di rivalsa che ti mangia dentro. Difficile da digerire, eh Gigi. Chi meglio di un provinciale come me può capirti.

Ma tu non hai mai sentito dolore, perché tu eri dall’altra parte a festeggiare. Il dolore può capirlo solo chi lo prova Gigi, questo vale per tutti. Adesso è più difficile raccontarsela, quando il cuore e i sogni sono i tuoi. Adesso è “l’arbitro che non capisce un cazzo”, o che non ha la “sensibilità”, o che “dovrebbe andare con moglie e figli in tribuna con le patatine” o che “non può infrangere un sogno così dopo un’impresa così, perché hai un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. Adesso il VAR sembra essere indispensabile, quando solo qualche settimana fa “non era calcio”.

Come se un rigore dubbio al 93’ contro di voi non si potesse dare. Come se fosse assurdo, perché “ehi, stai decretando il passaggio alle semifinali di Champions”… Come se le nostre lamentele non valessero un cazzo perché noi siamo qui a giocarci un lurido dodicesimo posto in campionato e tu devi vincere lo scudetto. E quindi con te non si può sbagliare perché i tuoi obiettivi sono più importanti dei miei, giusto? È questa la tua logica?

La tipica logica italiana che viene fuori in tutta la sua bassezza.

E dire che poco prima di te aveva parlato il tuo allenatore, con una signorilità straordinaria. Ne ero rimasto clamorosamente ammirato. Poi quei 9 minuti di intervista in quel ridicolo teatrino servile che era lo studio televisivo di Mediaset Premium, dove facevano a gara per dirti che eri bravo e avevi ragione, dove gli applausi partivano ogni 3 parole, dove la tua voce fuori controllo rimbombava ma nessuno aveva il coraggio di dirti che stavi delirando, sono stati veramente utili per far capire a tutti la tua reale natura.

La conferma che essere sportivi è esattamente nella mia natura e non certo nella tua.

Dario “Ghebbe”

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