Vanoli: "Ho fatto un capolavoro, dovevo essere confermato perché avrei portato in alto la Fiorentina"
L'ex tecnico viola ha parlato anche del suo addio
Ampia intervista concessa al canale YouTube del Corriere dello Sport da Paolo Vanoli, che torna a parlare a mente fredda dopo la conclusione della sua esperienza sulla panchina della Fiorentina.
Sulla situazione attuale e l'impresa salvezza «Restare senza panchina? Provoca un grande dispiacere. Dopo la conclusione dell'incarico mi sono dedicato intensamente agli affetti familiari. Quando subentrai a novembre, l'impegno prioritario stabilito con il presidente — la cui scomparsa poco dopo ha rappresentato un durissimo colpo psicologico per tutti — era rimettere in sesto la classifica e centrare la permanenza in categoria. Quel traguardo è stato raggiunto. Abbiamo realizzato qualcosa di profondo, di cui vado fiero anche rivedendo le sequenze delle celebrazioni dei sostenitori per il Centenario. Abbiamo gettato le basi per consentire di sognare in grande, e i dati lo confermano: considerando il solo girone di ritorno, abbiamo conquistato 29 punti, al pari della Lazio e con un punto in più del Milan, una resa da sesto posto. Si è trattato di un'impresa vera e propria: rilevare un gruppo fermo a quota 4 punti e risalire fino a mettere al sicuro la salvezza con due turni d'anticipo non era mai riuscito a nessuno prima nella storia della Serie A».
L'addio al club «Considero Paratici un dirigente di assoluto spessore, una figura che possiede una profonda comprensione delle dinamiche calcistiche, e ho apprezzato la collaborazione di questi sei mesi. Il lavoro svolto sul campo ha prodotto riscontri concreti e misurabili. Non perdo tempo a chiedermi le ragioni di certe decisioni; da tecnico ambizioso impiego questa sosta per aggiornarmi e crescere ancora. La scelta finale spettava alla società. Se devo individuare un elemento che a livello umano mi ha lasciato un pizzico di amaro in bocca, sono le tempistiche: certe valutazioni erano chiare da prima e si sarebbe potuto chiarire la separazione con maggior anticipo. Visto il cammino fatto, immagino sia stata una decisione complessa anche per loro».
L'impatto con la realtà viola «Al momento del mio insediamento, attorno al tavolo del confronto eravamo presenti soltanto io, Ferrari e Goretti, dato che Pradè aveva rassegnato le dimissioni la settimana precedente. La pressione era enorme: una rosa strutturata per traguardi di vertice si trovava malinconicamente all'ultimo posto con soli 4 punti, con diversi atleti visibilmente bloccati dalla paura. Innescare una reazione non è stato banale. Nei primi dieci giorni avevo persino iniziato a cercare un appartamento in città, poi ho preferito sospendere la ricerca e fare base direttamente al Viola Park. Nella mente dei calciatori serpeggiava la convinzione illusoria che ci saremmo salvati senza affanni: sradicare quell'atteggiamento è stata la sfida più complessa».
La clausola contrattuale «Mi assumo la mia quota di responsabilità sulla conclusione della storia. Quando andai a sottoscrivere l'accordo, spinto dal desiderio irrefrenabile di guidare questo club e ben consapevole dell'energia unica della piazza fiorentina, ho accettato un'opzione unilaterale che lasciava al club la facoltà totale di confermarmi o meno. Avevo altre proposte sul tavolo, ma volevo fortemente firmare un'impresa qui per poi dare continuità al lavoro. La proprietà è solida e corretta: esprimo gratitudine alla famiglia Commisso per avermi concesso l'opportunità di allenare una piazza di questa rilevanza».
Le prospettive personali «Senza cadere nella presunzione, guardo al percorso compiuto dallo Spartak alla promozione ottenuta a Venezia, fino alle tappe di Torino e all'autentico capolavoro di Firenze: conosco il valore del mio lavoro. Sartori è un direttore sportivo che nutre grande stima nei miei confronti, non si può escludere che in futuro possano incrociarsi le nostre strade».
Le scelte all'interno dello spogliatoio «I momenti critici non sono mancati. A partire dalla decisione di riassegnare i galoni di capitano a De Gea, individuato come il profilo idoneo a farsi carico delle pressioni nei momenti più complessi, pur nel totale rispetto per Luca. Aver raggiunto l'obiettivo privi a lungo di un elemento come Kean — capocannoniere l'anno precedente e giocatore di enorme spessore — ha richiesto un grande sforzo collettivo. Moise un ragazzo difficile? I grandi atleti si sanno gestire, parliamo di uno dei migliori attaccanti del panorama nazionale. Diversi interpreti sono cresciuti notevolmente: per Parisi il rammarico riguarda l'infortunio, ma la sua risposta al cambio di posizione mi ha colpito in positivo».
Il rapporto con la tifoseria «Provo ancora un brivido quando riguardo le immagini dei tifosi di Firenze. Il riconoscimento e il tributo tributatomi dal pubblico durante l'ultima giornata rappresentano la soddisfazione più grande. È un ricordo che porterò sempre dentro».
La gestione di Fagioli «Un profilo di grandissima classe. Ho scoperto un ragazzo tatticamente lucido e dotato di enorme personalità nel palleggio. Molti storcevano il naso sull'ipotesi di vederlo agire da regista, ma di fronte a intelligenza e disponibilità i risultati arrivano. Un calciatore di valore può ricoprire qualsiasi mattonella; in quel contesto ha percepito la totale fiducia dell'ambiente ed è riuscito a esprimere il meglio».
Il rammarico finale «Quanto mi dispiace non aver proseguito la mia avventura a Firenze da 1 a 10? Undici. Ritengo di essermi guadagnato sul campo la conferma. Desideravo plasmare la rosa fin dal ritiro estivo insieme alla dirigenza; ero convinto di poter condurre la Fiorentina nei quartieri alti, avendo già ottenuto quei risultati lavorando per sei mesi su un gruppo non scelto da me. Un pubblico presuntuoso quello viola? No, estremamente ambizioso. Possiede quella sana cazzimma competitiva che spinge costantemente a superare i propri limiti».