Sul Corriere.it lunga riflessione di Mario Sconcerti circa Firenze, la Fiorentina e la magia dell’ambiente.

Ora che Borja Valero sta già allenandosi con l’Inter, si può parlare più tranquillamente del suo «fenomeno». La domanda è: cosa spinge un giocatore a farsi tatuare sulla pelle le coordinate geografiche della città in cui gioca? Perché questo affetto per una città che fino a un giorno prima del contratto era un posto sconosciuto? Cosa è successo in quei cinque anni?
La domanda si può allargare fino a farla diventare tendenza se la città è Firenze: perché da Firenze tutti vanno via con un rimpianto insolito nel calcio? Borja è solo l’ultimo esempio. Baggio trent’anni fa non voleva andarsene, quando tornò a Firenze giocava nella Juve. Capitò un rigore e lui si rifiutò di batterlo. Venne sostituito e lasciò il campo con una sciarpa viola al collo. Giocatori come Rui Costa e Batistuta, tra i migliori al mondo nei loro ruoli, se ne sono andati solo a età avanzata e per esigenze imprescindibili della società. Antognoni, che è umbro, è rimasto tutta la vita a Firenze. «È difficile lasciare Firenze anche per chi non è fiorentino» mi disse anni fa Giuliano Sarti, portiere del primo scudetto viola ma soprattutto dell’Inter di Herrera. «Perché diventa subito casa. Non fa niente in più per te anche se sei un calciatore famoso. La parte buona è questa, Firenze tratta tutti alla stessa maniera. Non ti senti mai un estraneo».
Firenze non insegue i calciatori, li guarda in silenzio, li lascia alla loro vita. Non li copre, li fa semplicemente vivere. Spesso in altre città i giocatori vanno ad abitare fuori dal centro, nella prima campagna verde in periferie di lusso. A Firenze molti restano nella città vecchia, tra Palazzo Vecchio e il Duomo, il Ponte Vecchio, San Frediano. Hanno lo stesso salumiere di tutti, gli stessi negozi, le stesse strade. Non possono vivre da soli, incontrano tutti. Nessuno li ignora, ma nessuno li annoia. Solo il segnale placido che sei uno di noi, il piacere di ritrovarsi e segnalare che è un altro giorno.

Perché questo abbandono reciproco, questa voglia del calcio e la città di stare bene insieme? Forse proprio perché Firenze è sempre stata insopportabilmente litigiosa. Guelfa o ghibellina, bianca o nera, si è combattuto per secoli tra un palazzo e l’altro lungo i vicoli. Da finestra a finestra, così vicini che a un certo punto anche la guerra stancava e si fermavano tutti a bere insieme un bicchiere di vino. Era la fine del primo tempo.

Il calcio, a Firenze, ha preso il posto di quasi tutto il vecchio orgoglio. È una straordinaria sintesi inconscia tra passato e presente. Firenze ha inventato la religione laica del mondo, ha rovesciato la Chiesa mettendo l’Uomo al centro dell’Universo invece di Dio. Non è un lavoro da poco. Ha aperto qualunque modernità. Questa diversità chi vive a Firenze, il nuovo cittadino, la sente entrare dentro, lo abitua a un’armonia, a una qualità di vita che si allarga in tutti i particolari.

Credo sia questo significato del mondo che Firenze continuamente propone a incantare anche i calciatori. Ogni città è unica, ma Firenze si sente l’ispiratrice di tutte le unicità. E il paradosso è che non ha completamente torto. Siamo tutti un po’ figli del Rinascimento. Uno come Borja questa differenza l’ha sentita subito sua, uno come Baggio o Rui Costa l’hanno rappresentata. Ma è molto di più, può diventare fine come sabbia, spargersi su tutti i calciatori, anche quelli meno bravi, anzi, soprattutto su loro.

Forse questo è il limite di Firenze e della Fiorentina. Essere già stati tutto e perdonarsi di non poterlo essere più. Infatti alla fine Borja è andato all’Inter. Con le coordinate di Firenze tatuate sul corpo.

 

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