Deve essere per via della nebbia, dell’umidità, dell’afa, delle zanzare e della terra piatta intorno. La padania non è uno stato o uno slogan, ma un paesaggio della mente. Parole poche, lavoro tanto: la gente della bassa è fatta così, e anche quei due, separati da pochi chilometri e da quell’orizzonte che non finisce mai. Sei anni dividono le vite di Carlo Ancelotti (59) e Stefano Pioli (53). E anche venti trofei, quelli conquistati in panchina da Carletto da Reggiolo.

È cosa nota e viva, perchè quando lui è arrivato a Napoli sorprendendo tutti, la sua carriera straordinaria è tornata a galla, giusto perchè il tecnico italiano che ha vinto tutto quello che poteva in cinque nazioni diverse aveva deciso di tornare nella scassata seria A per accettare una sfida di quelle coraggiose: provare a festeggiare qualcosa di importante col Napoli, quello del sarrismo e del ricordo di Maradona, del sogno sfiorato, sentito, vibrato nel cuore ma smarrito proprio a Firenze, quando la Fiorentina asfaltò quell’illusione e lo stesso Sarri commento: «Lo scudetto lo abbiamo perso in albergo».

Storie di vita e di pallone.

Una soddisfazione per Stefano Pioli da Parma, che non avrà un palmares da urlo, ma con Ancelotti condivide molte cose, a cominciare da quella cultura padana del lavoro, non troppo lontana da quella di Cesare Prandelli: stessa nebbia, ma altra regione, la Lombardia. Il fatto è che ci sono uomini dall’ego dopato, quelli allenatori che lavorano sul campo e anche al tavolino, quando studiano come costruire la propria immagine in tv scegliendo l’arte dello show: il finto santone, lo special one, il presuntuoso.

Ognuno ha la sua strada, soprattutto per distrarre l’attezione nei momenti delicati. Chi lo fa per scelta, chi per carattere, ma di sicuro il tutto è figlio di un calcio che ha bisogno di idoli pop da amare o da odiare. L’importante è che si parli di loro.

Ma Ancelotti e Pioli queste strategie le hanno ribaltate scegliendo di restare se stessi: volare basso è la loro regola. E la loro forza, perchè alla fine è così che si sono conquistati la stima di tutti, anche là dove non gli è andata nel migliore dei modi.

Pioli è arrivato qui nell’anno più difficile, ha accettato un primo mercato con luci e ombre, ha dovuto gestire il dramma di Astori scegliendo di stare con semplicità dalla parte del cuore. Forse perchè lui è uno vero, uno che alle critiche non ribatte con l’aria di chi ti sbatte in faccia i suoi soldi ma argomenta con educazione. Magari non è mediatico, ma di questi tempi, per chi ama il calcio veramente, non è questo a fare la differenza: ma essere se stessino con affetto, e anche a Bologna. Basta non perdere di vista il fatto che chi ha giocato a calcio resta un competitivo per sempre.

Ognuno ha la sua gara, anche con le statistiche, quelle personali, soprattutto. Ecco perchè lui mica si arrabbia se tiri fuori la storia che al secondo anno lui fatica sempre di più. No, perchè lui sta lottando anche per questo, per fare il secondo anno di Fiorentina migliore del primo. Una bella sfida per un uomo gentile e disponibile che rispetta la gente, cioè chi permette al calcio di vivere nel lusso. Semplicità. Ecco. Come quella di Carletto, che come sfida ha scelto quella più dura: far tornare a vincere il Napoli e far dimenticare il sarrismo al potere.

Perchè Sarri non ha vinto niente, ma il suo gioco ha conquistato i media, tra una parolaccia, una battuta azzeccata e una gaffe in tv. Per Carletto parlano i trofei, il karaoke, una carriera da star coi piedi per terra. Per Pioli una umanità difficile da trovare in giro in questo mondo e la forza di chi ha voglia di far festa. Domani i due si sfidano al San Paolo. Ancelotti deve rimediare, Pioli proseguire sulla scia. Due anime pulite, due belle persone, comunque vada a finire.

Benedetto Ferrara, La Repubblica

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