È come se Paulo Sousa giocasse un finale di stagione tutto suo, in cui gli interessi personali (trovare una nuova squadra, adesso si parla della Roma) fossero prevalenti rispetto a quelli della Fiorentia. Un allenatore double face, che da una parte tira fuori l’orgoglio, e dall’altra ti sbatte in faccia tutto il suo realismo.
A Genova, contro la Samp, si è agitato per tutta la partita, ha incitato la squadra, le ha dato coraggio con i cambi e dopo il pareggio di Babacar è andato a prendere i suoi giocatori che festeggiavano (perdendo tempo) e li ha spinti in campo. Carattere, appunto. Poi, però, si è lasciato andare a quella velatura di rabbia che si porta dietro da quando è arrivato a Firenze. I Della Valle non gli piacciono, e tantomeno Cognigni. E non gli piace il modello di squadra che hanno messo in piedi. «Questa non è la mia squadra, io la alleno e basta » ha detto ad un giornalista dopo la partita con la Samp. Vero.
Ma la sensazione è che questa ammissione sia in realtà un modo per lavarsi le mani. Per far capire che con questo gruppo andare in Europa è un’impresa. E se ce la fa, i meriti sono suoi. Ma se non ci riesce è colpa della società che non ha investito.
La Repubblica Firenze

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