Mancano soltanto alcuni dettagli di natura formale e burocratica da definire e poi, finalmente, giustizia sarà fatta. Non poteva continuare ad esistere una Fiorentina per i cui tifosi di ieri, di oggi e di domani la figura di Giancarlo Antognoni fosse soltanto il protagonista di una memorabile e persino leggendaria storia da tramandare, da generazione in generazione, come quella dell’eroico Lancillotto cavaliere di Re Artù. Le leggende sono fini a se stesse. Casa viola, da quindici anni, non era più la stessa rispetto a quella che, vincente o meno ha relativa importanza dal punto di vista della suggestione emotiva, era stata custodita nel cuore del popolo fiorentino nel lungo periodo del “capitano” giocatore e successivamente del “capitano” a prescindere. Anche sorpreso dietro una scrivania. Non una bandiera, ma l’anima di una squadra e della società e della stessa città di Firenze.

Se ne è accorto Pantaleo Corvino. Non ha potuto più fare l’indifferente Andrea Della Valle. Assolutamente vietato tirarsi indietro al boss DDV. La Fiorentina, dunque, gioca il suo jolly al tavolo della popolarità autentica e di quel poco di giustizia terrena che ancora regola i rapporti tra gente per bene nominando Giancarlo Antognoni vicepresidente a tutti gli effetti e con i poteri che tale incarico è previsto dallo statuto societario. Un momento decisamente storico per la piazza viola, per il team di Paulo Sousa e anche per l’immagine futuribile a livello internazionale della Fiorentina.

Un atto dovuto, con tante scuse per il ritardo, verso un uomo ormai maturo il quale quando era giovane campione abile e arruolato per la causa viola sacrificò fisicamente le gambe e anche la testa rischiando persino di finire all’altro mondo per una botta micidiale alla tempia destra ricevuta dal portiere Martina. Una vita, quella di Giancarlo Antognoni, completamente e interamente dedicata alla società che lo ingaggiò quando era ragazzino prelevandolo dall’Astimacobi malgrado la concorrenza di potenti club come il Milan e la Juventus. Quella stessa Juventus che tornò alla carica quando il “capitano” era diventato grande anche per la nazionale italiana e l’avvocato Gianni Agnelli aveva mandato un’automobile a prenderlo a Firenze per portarlo a Torino e vestirlo in bianconero. Giancarlo cenò, quella sera, in collina a Villa Frescot insieme con il presidente della Fiat e con Boniperti ma alla fine non ci fu alcun brindisi perché lui, dopo aver educatamente ringraziato i commensali per la stima nei suoi riguardi, chiuse l’incontro con un deciso: “Mi dispiace deludervi, ma non potrei mai lasciare la Fiorentina e neppure Firenze”. Non erano soltanto parole. Era un giuramento di eterna fedeltà che nessuno e nulla avrebbe mai potuto mortificare. Tant’è, Giancarlo calcio o non calcio dalla città toscana non si è mai mosso.

Ora è a dir poco raggiante e la sua voce vibra come quella di un ragazzino ingaggiato da un coro di angeli: “Amo Firenze. Così come amo la Fiorentina e tutta la sua gente. Un amore che ho sempre sentito ricambiato anche nei momenti di maggiore difficoltà per me e per la società viola. C’è chi afferma di sentire i colori della maglia addosso. Ebbene, io il viola lo sento addirittura dentro e non soltanto sulla pelle. Sono trascorsi quindici anni dal giorno in cui, per motivi assortiti e non solo dipendenti dalla mia volontà, fui costretto a lasciare quella che sento essere casa mia anche dal punto di vista extraprofessionale. Una separazione estremamente dolorosa e per certi versi anche inspiegabile che soltanto grazie alla mia famiglia e agli amici fiorentini i quali non mi hanno mai abbandonato sono riuscito a rendere sufficientemente sopportabile. Però dentro fremevo e, ti prego di credermi, stavo male. Ora, anche se è ancora da definire perché sia ufficiale, tornare a casa è come se improvvisamente si riaccendesse la luce dopo tanto buio. Posso dire, fin da subito, che il giorno in cui entrerò in sede per mettermi a lavorare sarà il giorno più bello della mia vita professionale. Lo potrei paragonare al momento in cui, in Spagna con Bearzot, diventammo campioni del mondo anche se fui costretto a disertare la finale con la Germania. Quella fu la mia nazionale del cuore. Con la differenza che la Fiorentina è stata e sarà per sempre unica. Mi spiace solo che il tempo passi e che, io come tutti, sia un poco invecchiato. Ma al pensiero del ritorno, al di là dell’anagrafe, mi eccita come un ragazzino. Così tornerò a girare il mondo, nel nome della mia Fiorentina. Ma, sia chiaro, per lei non sarò soltanto una bandiera”. In campo da capitano, come ai vecchi tempi. Giancarlo Antognoni, campione e uomo perbene.

Marco Bernardini – Calciomercato.com

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