Alzi la mano chi non temeva la trasferta di Torino… Non tanto per l’avversario (8 scudetti negli ultimi 8 anni) e neppure per il risultato (i soliti rosiconi pronosticavano la classica imbarcata…) quanto per l’approccio, la mentalità, la voglia di essere squadra. E anche se tutti (da fuori) ti dicono: sei mediocre, sei scarso, sei una squadra costruita male, etc, etc… fa nulla. Grazie al cambio dell’allenatore, grazie ad una nuova mentalità ed un rinnovato entusiasmo, vai in casa dei campioni d’Italia e comandi il gioco. Detti legge, costruisci (oltre al gol dell’1-0) quattro nitide palle gol, che si stampano su pali e difensori avversari. Tanto che all’uscita dal campo, lo Stadium ti applaude. Riconosce la tua superiorità. E allora riepilogando: modulo 4-4-2, in onore al “nuovo” Montella: Lafont in porta, Milenkovic, Pezzella, Ceccherini, Hancko i 4 di difesa… Mirallas a tutta fascia, Dabo, Veretout e Benassi a centrocampo… Chiesa e Simeone la coppia di attaccanti. Con Hancko che trasforma la fase difensiva in offensiva spostandosi quinto di centrocampo, Mirallas che avanza e diventa il terzo in attacco in un ipotetico 4-3-3. L’importante, però, è che a metà campo siamo sempre minimo 4, e non tre come con Pioli. Che Milenkovic faccia il centrale di destra e non imposti l’azione… come con Pioli. Che Veretout non sia l’unico scarico a disposizione della difesa… come con Pioli. Ma che insieme a lui ci siano a turno Dabo e Benassi. E che Pezzella, o il Ceccherini di turno, abbiano più soluzioni. A qualcuno sembreranno piccoli accorgimenti, risibili dettami tattici, e invece… un uomo in più a centrocampo vuol dire molto, come vuol dire che ognuno giochi nel proprio ruolo. Stefano Pioli, non lo aveva capito. O ancor peggio, lo aveva capito, ma lo aveva capito troppo tardi. E non ha avuto l’umiltà di ammettere l’errore. Comunque sia, oggi la Fiorentina va a Bergamo con la convinzione di potercela fare. Questione di feeling, cantava qualcuno. Questione di personalità e di attributi… diciamo noi.

  • Cosa sostenevano i latini? “Historia magistra vitae”. E allora impariamo dalla storia: Mario Mazzoni nel 1975 subentra a Nereo Rocco (in attesa di Carlo Mazzone) e vince la finale di coppa Italia 3-2 contro il Milan (all’Olimpico di Roma). Nel 2001 invece, Roberto Mancini subentra a Fatih Terim, e si aggiudica la doppia finale col Parma di Ulivieri: 1-0 al Tardini, e 1-1 al Franchi, con gol decisivo di Nuno Gomes su imbeccata di Enrico Chiesa. Padre di cotanto figlio. A proposito: ricordiamo le dichiarazioni bellicose di Federico dopo il 3-3 dell’andata. Abbiamo visto Federico in campo e fuori dal campo dopo la sconfitta con la Juve, a cinque giorni dalla semifinale di ritorno: gli occhi della tigre, lo sguardo di chi ha deciso di vincerla da solo. Se poi i compagni lo vorranno aiutare, bene… ma lui ha già deciso: la Fiorentina va in finale, a tutti i costi. E se la gioca fino all’ultimo.

Non solo cose buone dal mondo… di Vincenzo. Lo slovacco Hancko, provato al posto di Biraghi, ha deluso. Fortemente, imprevedibilmente, visto che nelle poche apparizioni in campionato aveva fatto bene. A Bergamo, quindi, torna Biraghi. E poi Luis Muriel… il colombiano è chiaramente di un’altra categoria. Quando tocca il pallone è musica, è sinfonia per le orecchie dei tifosi viola. Allo stesso tempo, tocca il pallone poche volte, sembra un solista prestato occasionalmente alla squadra. Insomma: Luis Muriel deve fare di più, deve “entrare” di più: nel gioco, nell’anima. Anche allo Stadium… un paio di  giocate, un paio di accelerazioni, ma nessuna magia, nessun risultato concreto. E allora, siccome giovedì contro l’Atalanta Luis sarà titolare, ci aspettiamo da lui e da Federico l’acuto vincente. Basta un gol, basta un dribbling, basta un tiro da fuori, e la Fiorentina è in finale. Federico e Luis, tocca a voi…