Di Giorgio Micheletti 

Onestamente interrogarsi sul dito di Simeone dopo il gol lo trovo un po’ riduttivo e superficiale. Vuol dire a mio avviso non aver capito quanto sia costato al ragazzo sentirsi dire da tutte le parti di non essere buono, di dover levare le tende (invito ripetuto anche dopo le sue scuse), di essere una sòla e di essere alla radice di tutti i mali della Fiorentina. 

E si che l’intervista di Luca Calamai sulla Gazzetta mi sembrava aver dato uno spaccato molto chiaro di come il ragazzo fosse fatto e di come vivesse il rapporto con il calcio. Uno che si è sentito dire di tutto si mette il dito sotto il naso dopo aver (finalmente) segnato e ancora critiche? Uno che dopo chiede scusa non può avere il beneficio della giovane età 

ma soprattutto dell’onestà intellettuale? 

Firenze ha perdonato Mutu dopo i frigoriferi e le botte al cameriere, ma non può perdonare un ragazzo che segna davanti al suo pubblico e che si sfoga? Io direi che finalmente Simeone ha dato un segnale di incavolatura. Che finalmente la vittoria è arrivata soprattutto da parte delle seconde linee, che finalmente Pioli ha dovuto fare di necessità virtù ma far vedere qualche cosa di nuovo. Che finalmente la Fiorentina in campo è stata ‘cattiva’ e si è tolta quello smoking (ricordate Pizarro?) indossando una più proletaria tuta che però ha portato tre punti. 

Ora calma a dire che sono in arrivo gli esami per le conferme: questa è una squadra fragile mentalmente, con un allenatore che notoriamente non è un motivatore, che non ha bisogno di sentirsi caricare di nuovi pesi subito dopo averne scaricati altri. Ora bisogna che Pioli faccia tesoro dell’esperienza contro l’Empoli e riparta da lì con qualche sicurezza (Mirallas) in più, con qualche alternativa muscolare (Dabo) in più, con qualche seconda linea (Ceccherini) rimotivata in più. 

Forse aver sempre dato per scontato che giocavano i soliti non è stata una buona idea: ora vediamo che succede.