Di Livio: "All'inizio Firenze mi guardava da gobbo poi ho reso tutto il suo amore andando in C2"

L'ex giocatore ha parlato dell'arrivo in viola

03 agosto 2026 13:50
Di Livio: "All'inizio Firenze mi guardava da gobbo poi ho reso tutto il suo amore andando in C2" -
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In occasione del suo sessantesimo compleanno festeggiato domenica 26 luglio, l’ex bandiera della Fiorentina Angelo Di Livio si è confidato in un’intensa intervista al quotidiano Il Tirreno: «Mi ha fatto enorme piacere ricevere messaggi e auguri da ogni parte d'Italia. È il segno che qualcosa di buono devo averlo combinato. Il primo a chiamarmi di buon mattino è stato Ciro Ferrara, uno che si sveglia presto e tiene sempre aggiornata l'agenda dei compleanni».

Analizzando il calcio attuale, l'ex calciatore ha elogiato il modello vincente della Spagna: «Ho notato una Spagna all'italiana, con un solo gol subito e un possesso palla feroce senza mai andare all'arrembaggio. Apprezzo la qualità del gioco della Roja che deriva da una florida cantera e da un campionato dove il 70% dei calciatori sono locali e solo il 30% stranieri. L'Italia dovrebbe ripartire proprio da lì».

Nel ripercorrere la sua carriera, Di Livio ha ricordato compagni ed elogiato storici avversari: «Ho avuto la fortuna di giocare al fianco dei numeri 10 più forti di sempre come Del Piero, Zidane e Rui Costa. Ma sul piano umano e per la personalità in campo e fuori dico Gianluca Vialli: un leader vero nello spogliatoio che voleva sempre vincere e ci indicava la strada con una sana cattiveria agonistica. Il calciatore italiano più difficile da marcare è stato Paolo Maldini, con una corsa tale che in fascia mi faceva vedere i sorci verdi, mentre a livello internazionale dico Giggs del Manchester United, che ti lasciava sul posto con il suo cambio di passo. Oggi, invece, mi rivedo in Politano per la capacità di fare bene le due fasi e sacrificarsi per i compagni».

L'ex ala si è poi soffermata sul suo viscerale legame con la piazza fiorentina: «L'inizio non è stato semplice. I "gobbi" sono mal visti a Firenze e i tifosi mi accolsero con freddezza, ma credo di averli conquistati giorno dopo giorno con fatica e impegno. È nata una forte empatia e una fiducia mai venuta meno, tanto che per la Fiorentina sono sceso fino in C2. Vissi il fallimento con grande rabbia e delusione, e resto convinto che il crac societario si potesse evitare. Sposare il progetto della Florentia Viola era un dovere morale: non ne facevo una questione di soldi, dovevo restituire qualcosa a una città che mi aveva coccolato e in cui vivevo da dio. È stato un orgoglio e un onore indossare la fascia di capitano riportando la squadra in A, dove nel 2005 a 38 anni ho giocato la mia ultima stagione. Quando torno a Firenze vengo sempre accolto a braccia aperte perché mi considerano uno di loro».

Infine, un pensiero colmo di affetto è andato ai suoi due storici maestri: «Per me Trapattoni e Lippi sono come due padri. Al Trap piacciono i giocatori diligenti, capaci di gestire il pallone e con un rendimento costante. Nutro per lui profonda riconoscenza: mi ha fatto esordire in A contro la mia Roma, mi ha voluto a Firenze — dove, se Edmundo non se ne fosse andato al Carnevale di Rio, avremmo probabilmente vinto lo scudetto — e con lui ho disputato la mia ultima gara in Nazionale nel 2002, quando fummo sconfitti dalla Corea del Sud ma soprattutto dall'arbitro Moreno. Grazie a Marcello, invece, ho scoperto la mia poliedricità giocando come ala o terzino su entrambe le fasce, e insieme abbiamo vinto tutto ciò che c'era da vincere. Ha introdotto concetti moderni ed è stato il più bravo di tutti nello studiare gli avversari e preparare le partite».