“Bernardeschi potrà andare a giocare in una squadra che nutre ambizioni diverse da quelle della Fiorentina”: boom. Le parole pronunciate oggi da Paulo Sousa, in conferenza stampa, sono state un detonatore. La deflagrazione che ne è seguita, sfociata in un oceano di inevitabili commenti incendiati, è giunta proprio in un momento di calma apparente e sorrisi faticosamente recuperati. Uno tsunami col mare che sembrava una tavoletta. E allora, visto quanto e come il tifo si è spaccato su queste dichiarazioni, proviamo anche noi a fare un giochino che in realtà non fa ridere per nulla, ma che speriamo possa contribuire alla discussione. Bertolt Brecht, in fondo, ha scritto: “Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati”. Qui la linea è sfumata per alcuni, nitidissima per altri. Noi proviamo a sederci da entrambe le parti, per capire cosa si (dovrebbe) provare.

DALLA PARTE DI SOUSA

Sei Paulo Sousa. Uno nato in un paesino lusitano di centomila anime, incastrato tra l’Atlantico e le colline. Uno che ha saputo emergere trasudando qualità ed intelligenza fin dalla più tenera età. Sei stato un grande centrocampista: quelli nel tuo ruolo, solitamente, diventano grandi allenatori. Sarà per la visione di gioco, dicono. Sei stato un leader in campo e pazienza se hai giocato per la Juve. Hai vinto diversi titoli nazionali e due Champions di fila, con Juve e Borussia Dortmund: insomma, sai come si fa e sai cosa significa vivere ai massimi livelli. Poi ad un certo punto diventi allenatore: nel curriculum il Qpr, il Leicester, il celebre Videoton (ma tutti i più grandi hanno iniziato dal basso), il Maccabi Tel Aviv, il più quotato Basilea (finalmente) e, quindi, la Fiorentina. Arrivi ereditando una squadra che ha un gioco ed un’identità – grazie Montella – ma comunque gente come Pizarro, Salah e Joaquin non ce l’hai. Sei inaspettatamente nelle primissime posizioni – l’anno scorso – con un gioco a tratti spumeggiante. Chiedi due-tre acquisti a gennaio, per provare a sognare, e ti anestetizzano tutto quanto, perché il campanello te lo dilania Benalouane. Caspita. Inizi l’anno successivo e non arriva mezzo rinforzo: perdi anche Alonso. Ok, tanti soldi in cassa, ma lo perdi.

C’è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce. Spero che Leonard Cohen non scenda a prendermi a calci: riposa in pace, grande poeta. La crepa di Sousa in realtà è grande più o meno quanto la voragine apertasi sul Lungarno Torrigiani. Inizi a capire che forse certe promesse – ma ci sono mai state davvero? – non verranno  mantenute. Inizi a fare quello che più o meno fanno tutti i buoni: esplodi in modo scomposto, dopo aver accumulato troppo. Quello di ieri non è stato il primo segnale, no davvero, ma di sicuro il più forte, sì. Sei Paulo Sousa ed hai la vittoria nel sangue. E qui, alla Fiorentina, ti rompono le uova mentre provi a preparare una Omelette da sverniciare Cracco. Te ci provi, a chiedere di meglio, ma non arriva nulla. Ti viene il dubbio – ma doveva sorgerti prima di firmare – che qui non ci sono le possibilità per fare una lotta di vertice. Però senti che la società parla spesso di ‘progetto’, di primi posti. Trovi che sia una discrasia insopportabile e sbotti. Scossa all’ambiente o solo rabbia?

La rabbia dei buoni, già: quella che fa più danni della grandine. E’ un po’ come se ti fossi messo con la Boschi – non ti va tanto male – pensando che un giorno sarebbe diventata Angelina Jolie. E quando ti accorgi che quella nemmeno ci prova, a truccarsi, ti inalberi, perché in giro se ne vedono di meglio ed il testosterone (sportivo) galoppa. Perché magari non puoi accettare che una città come Firenze galleggi, quando potrebbe vincere i mondiali di stile libero. Questione di dna. Sai che amando a prescindere non salirai mai sul podio: sai che criticando brutalmente puoi salvare gli altri e te stesso. Perché la verità fa male, ma a volte ti afferra per i capelli mentre ingurgiti acqua. Perché Sousa, in un mondo popolato da lecchini professionisti, non ha avuto paura di dire quello che pensa: solo i leader hanno questa personalità. E non c’entrano nulla l’orgoglio o l’appartenenza, subito agitati e chiamati a raccolta da alcuni stimatissimi colleghi. Il piano semantico è distinto: l’ambizione è un’altra cosa. Ma sei un buono e, come tale, hai combinato un gran casino sbagliando tempi, modi e forme. Ed hai condizionato la riuscita della tua stagione, forse. Che magari, se arrivi meglio dell’anno scorso, ti accomodi su una panca di legno più ambiziosa.

Paolo Lazzari 

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