Conte: "Sono andato al Tottenham anche perché c'era un direttore come Paratici a Londra"
L'ex tecnico di Napoli ed Inter ha parlato di Paratici
In un'ampia intervista concessa ai microfoni di The Athletic, Antonio Conte ripercorre i momenti chiave della sua carriera, condividendo la sua filosofia di lavoro e le sue idee sull'evoluzione del calcio internazionale.
Il valore della sconfitta e l'ossessione per il successo
Interpellato sulla tenacia che lo contraddistingue, il tecnico ha spiegato da dove nasca la sua fame agonistica:
«Quando mi confronto con i miei giocatori nei momenti decisivi, cerco di trasmettere loro tutta la grinta che ho dentro. Conosco bene questa sensazione: nella mia carriera ho ottenuto tanti trionfi, ma ho anche incassato sconfitte pesantissime. Quando perdi una finale Mondiale o di Champions League e poi vai in vacanza, rischi di consolarti pensando che ci sarà un'altra opportunità. La verità è che quella chance potrebbe non ripresentarsi mai più».
Sui sacrifici necessari per raggiungere la vetta, il mister non usa mezzi termini:
«Il Chelsea ha vinto l'ultimo titolo con me? È proprio questo il punto. Il successo non arriva per caso né cade dal cielo: bisogna conquistarselo sul campo con il duro lavoro e con il coraggio. Parlarne soltanto non porta a nulla».
Il capitolo Tottenham: ambizioni e incomprensioni
Conte è poi tornato sugli anni trascorsi a Londra sulla panchina degli Spurs:
«Accettai la sfida del Tottenham con la voglia di ribaltare le gerarchie, stimolato anche dalla presenza di Paratici. Al mio arrivo la squadra era nona e siamo riusciti a chiudere al quarto posto, piazzandoci davanti all'Arsenal. A differenza di quanto accaduto con la gestione di Roberto De Zerbi, non mi aspettavo investimenti folli. Non ho mai preteso acquisti tanto per spandere, ma solo acquisti mirati. Nell'estate 2022 si sono fatte scelte contraddittorie: Perišić è arrivato a zero, mentre si sono sborsate cifre importanti per profili ordinari come Richarlison, che ancora oggi crea qualche grattacapo al club».
A complicare il percorso sono intervenuti anche fattori personali e dinamiche interne:
«Nella mia seconda stagione ho dovuto affrontare la squalifica di Paratici, la scomparsa del preparatore Ventrone e i miei problemi di salute. In più ho capito che la mia mentalità non collimava con quella dell'ambiente. Dopo un passo falso mandai un messaggio all'allora presidente Daniel Levy, il quale mi rispose di non preoccuparmi perché avremmo vinto la gara successiva. Voleva essere un incoraggiamento, ma per me era inconcepibile: accettare la perdita di punti come una cosa normale trasmette un segnale pericoloso ai calciatori, che tendono sempre a scegliere la via meno faticosa».
L'ex tecnico si è detto rammaricato anche per l'etichetta di "perdenti" associata al club:
«Mi infastidiva enormemente sentire dire che il Tottenham non avrebbe mai vinto nulla. Perfino dopo la sconfitta dell'Arsenal contro il Brighton per 3-0 si scherzava dicendo che si erano 'trasformati negli Spurs'. Questo atteggiamento mi faceva davvero arrabbiare».
L'esperienza a Napoli e la visione del calcio moderno
Sul periodo trascorso sulla panchina azzurra, Conte traccia un bilancio positivo ma dispendioso:
«È stata un'avventura straordinaria che ha richiesto un dispendio di energie notevole. Rivaleggiare con realtà come Inter, Juventus e Milan non è semplice per contesti come Napoli, Roma o Lazio. Ora mi sto godendo una fase di riflessione: posso guardare le partite con lucidità, studiare nuove soluzioni tattiche e aggiornare le mie idee».
Riguardo all'evoluzione del gioco e al ruolo del tecnico:
«Il calcio cambia rapidamente e bisogna adeguarsi. Oggi anche contro le grandi squadre c'è più coraggio, il divario si è assottigliato. Credo fermamente che l'allenatore debba essere la figura centrale: spetta a lui tracciare la rotta e la filosofia di gioco. Quando c'è sintonia totale tra la visione del club e quella dell'allenatore si ottengono grandi risultati, come dimostrano i casi di Arteta, Klopp, Guardiola o lo stesso Fabregas al Como».
A sostegno della sua tesi, il mister cita l'esempio del Paris Saint-Germain:
«Al PSG non sono bastati campioni come Mbappé, Messi e Neymar per conquistare la Champions League, perché servono equilibrio e coesione. Luis Enrique ha realizzato un lavoro straordinario perché è riuscito a far sposare la propria linea al club e al presidente Al-Khelaïfi, trovando il supporto societario che era mancato negli anni precedenti».
Il futuro: la ricerca di nuove sfide
In conclusione, Conte ha delineato le caratteristiche della sua prossima avventura professionale:
«Quando si approda in una società con una grande tradizione di successi, l'unico modo per renderle omaggio è l'ambizione di riportarla ai vertici. Bisogna accendere quella fiammella di speranza in tutti: dai calciatori al magazziniere, fino ai tifosi. Anche se parti con l'1% di possibilità di vittoria, devi lavorare per farla diventare il 100%. Mi piacerebbe raccogliere la sfida di un club che ha smarrito la propria storia per rispolverarla e riportarla a splendere, in un ambiente dove si respiri la vera pressione di dover competere per vincere».