Sulla Repubblica c’è l’intervista a Federico Chiesa, queste le sue parole:

«Ho rivisto le foto di quando avevo due anni e in una piazza di Parma inseguivo i piccioni prendendo a calci una palla. Ecco, credo che la mia storia di calciatore sia iniziata lì»

Poi un giorno, a Torino, Paulo Sousa la chiama e…
«E un’ora e mezzo prima della partita con la Juventus mi dice: Federico, giochi tu, devi sostituire Borja Valero. Sono sbiancato».

Qualche mese dopo arriva il gol in Europa League. Il primo…
«Ero impazzito. Correvo e correvo e non sapevo chi abbracciare. Avrei voluto abbracciare tutti, anche i tifosi viola venuti fin lì».

E allora una corsa verso la panchina: prima Lezzerini, poi Sousa.
«Lezze è un amico vero. Sousa mi ha dato fiducia. Era un modo per dirgli: grazie».

E a casa?
«Ho chiamato. Mia madre era talmente emozionata che non riusciva a parlare. Mio padre mi ha detto: bravo. Loro erano felici per me, io per loro, che mi hanno dato la possibilità di provare a diventare un calciatore dandomi gli strumenti per costruirmi un’alternativa. Per questo ho studiato alla scuola americana. Per imparare le lingue, per provare a vivere open mind. Poi l’università».

Scienze motorie, giusto?
«Sì, ma ora voglio cambiare facoltà, sto pensando di iscrivermi a chimica».

Un bell’impegno.
«Amo le scienze. Dalle molecole all’universo. Se non avessi fatto il calciatore avrei voluto fare il fisico. Ma mettermi ora a studiare fisica forse è troppo impegnativo».

Torniano al campo. Ma quello delle Settignanese, dove il piccolo Federico si è trovato davanti un allenatore chiamato Kurt Hamrin.
«Come ci divertivamo a correre nel fango. Tornavo a casa sempre pieno di terra, e mia mamma si arrabbiava. Ero un bambino felice, e quando mio padre mi raccontò chi era quel signore io iniziai a sognare di diventare come lui».

Beh, il ruolo almeno è più o meno quello.
«Ma io devo ancora dimostrare tutto. Mio padre una volta mi ha detto: diventerai un giocatore di Serie A quando avrai fatto almeno trecento presenze».

Duro ma giusto. Il suo mito sul campo?
«Di Maria: corsa, tecnica, fantasia».

Chiesa, torniamo alle sorprese: lei ora contende il posto a Tello, che ha giocato nel Barcellona. Se lo sarebbe mai aspettato?
«Ma siamo matti? Quando ho conosciuto Tello la prima cosa che ho pensato è stata: oddio, fino a un mese fa ci giocavo a Fifa alla Play station. Lo avevo sempre in formazione ed era velocissimo. Un po’ come quando mi trovai contro Dani Alves. Avevo comprato anche lui a Fifa» conclude Federico Chiesa.

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