Sulle pagine della Nazione troviamo una bella intervista a Davide Astori, queste le sue parole:

“Nello spogliatoio prevale l’istinto: se devo dire qualcosa vado a diritto. A caldo non riesco ad essere diplomatico, è meglio chiarirsi se qualcosa non torna. Io almeno la vedo così, mi viene spontaneo nell’interesse della squadra, perché è meglio condividere i propri dubbi, se ci sono».

Un leader non proprio silenzioso.
«Non so se sono un leader, di sicuro quando serve dico quello che penso. Non voglio sembrare presuntuoso, ma mi sento un giocatore importante in questo gruppo».

Un gruppo che sta facendo dell’italianizzazione il suo marchio di fabbrica: «Eh sì, certe volte sono stato l’unico italiano in campo. Mi era successo anche alla Roma, quindi mi fa piacere che un po’ cambi la tendenza. Ma non certo per motivi razziali, chiamiamoli così: credo che una base di giocatori che parla la stessa lingua e la pensa allo stesso modo sia necessaria per ottenere buoni risultati. Ha cominciato anni fa la Juve, ora vedo che il Milan sta seguendo l’esempio. Altre società si adegueranno, ma non è un problema, lo ripeto, di dare la precedenza agli italiani: uno spogliatoio multilingue a volte è utile perché magari le tensioni si stemperano meglio, le diverse filosofie aiutano ad assorbire le tensioni… Faccio un esempio: per noi italiani il calcio è totalizzante, lo viviamo con intensità tutti i giorni della settimana. Magari chi arriva da altri Paesi è diverso da noi, e cinque minuti dopo la fine della partita neanche ci pensa più»

Ci sono sia dei vantaggi che degli svantaggi.
«Nazionalità diverse a parte, credo che la mentalità giusta, la continuità e la prospettiva di vincere si costruiscano meglio con una base di persone che la pensa allo stesso modo, a livello calcistico. L’ideale sarebbe un mix ben equilibrato, con un nucleo forte e compatto, certo non penso a una rosa con 25 italiani».

«Siamo una buona squadra, ma in classifica stiamo dove dobbiamo stare. Ci manca qualche punto, diciamo 4 o 5. Ma chi lotta per lo scudetto fa parte di un’altra dimensione. E mi sembra perfino logico. Non nascondiamoci: chi spende di più vince. Non è un segreto ormai. Ma questo è logico, basta non creare false illusioni… Nella prima parte della scorsa stagione siamo stati i primi a creare queste illusioni, ma noi giocatori sapevamo benissimo che reggere quei ritmi sarebbe stato difficilissimo, se non impossibile».

Qualcosa è cambiato soprattutto nel Paulo Sousa che vediamo all’esterno: «Sono due aspetti distinti, anche noi a livello mediatico lo abbiamo visto diverso, ma dentro lo spogliatoio il suo atteggiamento non è mai cambiato: vuole giocare bene e vincere segnando sempre un gol più degli altri. Quello che è successo l’anno scorso dopo il mercato di gennaio certamente può avere influito sul nostro allenatore. Credo che si sia adattato a raggiungere gli obiettivi che realisticamente ci appartengono. E infatti ce la metteremo tutta per arrivare più in alto possibile, è ovvio, mi rendo conto di dire una banalità… Ma non mi va di promettere questo o quello. Dico solo che sarebbe bello poterci qualificare ancora in Europa League per dare continuità al nostro lavoro. Se c’è una parola che mi piace, questa è continuità».
Il mio futuro a Firenze?«Temo che dovrete sopportarmi per altri due anni (fino alla scadenza del contratto ndr). Credo che questa sia la dimensione giusta per me, parlo di equilibrio fra il tipo di calcio giocato e giuste ambizioni. Pensando ovviamente che le ambizioni possano crescere, ma sempre con il realismo che deve essere alla base di tutto. E poi a me piace troppo giocare a calcio, mi godo più questo mestiere ora di quando avevo 18 anni».

Dopo Tatarusanu Astori è il giocatore con più minuti in campo, ma di riposare un po’ non ne vuole sapere: «No no, questo mai. Io sono per la continuità, come ho già detto. Quando non gioco, come è successo la scorsa settimana per colpa della squalifica, ho dovuto cambiare anche gli allenamenti… Sono un tipo molto metodico».

Continuità che quest’anno in difesa, con i numerosi cambi di modulo e interpreti, è stata difficile da trovare: «Credo che si debba parlare di filosofia, allora, più che di reparto: noi siamo una squadra con la mentalità poco italiana, abbiamo lasciato per strada alcuni punti proprio perché non cerchiamo di conservare il risultato, ma cerchiamo sempre di costruire per segnare. Quindi anche noi difensori viviamo, come dire, questa impostazione. Anche quando eravamo considerati un reparto super, quando prendevamo pochissimi gol, io dicevo che poi sarebbero arrivati i tempi duri. L’attaccante più difficile da marcare? Per me Dybala. Abbiamo caratteristiche fisiche opposte, poi lui è bravissimo a scegliere la posizione dalla quale partire per metterti in difficoltà. Fra i centravanti classici dico Icardi. Ha tutto.”
Federico Chiesa la rivelazione di quest’anno? “Ha avuto un’evoluzione incredibile, ora è il giocatore di cui si sente più la mancanza quando non c’è… Il merito è stato al 99 per cento di Sousa, è stato coraggioso a esporsi su di lui e Federico è stato bravissimo a sfruttare la possibilità di crescere allenandosi con la prima squadra.”

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