1 Dicembre 2020 · 01:01
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Il ritorno del re, viaggio all’interno del pensiero calcistico di Prandelli. Dalle origini fino a oggi

Cesare Prandelli torna a casa. Analisi della sua visione del calcio, dalle origini da calciatore fino al tecnico che é oggi

colomba
Prandelli, Fiorentina

La sua storia

Cesare Prandelli nasce il 19 agosto del 1957 a Orzinuovi, in provincia di Brescia. Cresciuto calcisticamente nelle file della Cremonese, con la maglia grigiorossa disputa tre campionati di serie C1 e un campionato di serie B. Mediano grintoso e dalla discreta tecnica, viene notato dall’Atalanta: a Bergamo gioca in serie A nella stagione 1978/1979, mettendo a segno una rete e giocando 27 partite.

Grazie alle prestazioni messe in mostra con la Dea viene quindi chiamato dalla Juventus, per la quale gioca fino al 1985: vince una coppa Italia, tre scudetti, una Supercoppa Europea, una Coppa delle Coppe e una Coppa dei Campioni. Non riuscendo mai a ottenere una maglia da titolare, decide di tornare all’Atalanta nell’estate del 1985: proprio con i nerazzurri chiude la carriera, appendendo le scarpette al chiodo dopo la stagione 1998/1999.

I destini di Prandelli e dell’Atalanta non sono, però, destinati a separarsi. L’ex giocatore bresciano, infatti, siede subito sulla panchina della squadra Primavera bergamasca, vincendo il Torneo di Viareggio e il campionato di categoria. Nel 1994, poi, arriva l’approdo alla prima squadra: l’Atalanta ha esonerato l’allenatore Guidolin, e si affida a Prandelli (sprovvisto di patentino e quindi affiancato da Andrea  Valdinoci).

Dopo aver guidato la prima squadra fino al termine del campionato, non evitando la retrocessione in serie B, Cesare torna alle giovanili, dove rimane fino al 1997: in quell’anno viene chiamato dal Lecce. Anche l’esperienza in Salento, però, si rivela poco fortunata, e così a febbraio del 1998 Prandelli presenta le dimissioni.

I primi successi si materializzano nella stagione successiva, quando alla guida del Verona il tecnico lombardo vince il campionato di serie B: confermato alla guida degli scaligeri l’anno seguente, conquista un eccellente nono posto in serie A, risultato eccezionale per una neo-promossa. Tornato in serie B per guidare il Venezia, conclude il campionato cadetto al quarto posto, ottenendo un’altra promozione in A. Rimasto sulla panchina dei lagunari, viene tuttavia esonerato solo dopo cinque partite di serie A.

Il rilancio ad alti livelli avviene nel 2002/2003: Prandelli è il tecnico del Parma che giunge quinto in campionato e si qualifica con facilità per la Coppa Uefa. Il risultato viene bissato l’anno successivo, con un altro quinto posto ottenuto grazie anche a talenti del calibro di Adriano e Mutu, e a un giovane astro nascente: Alberto Gilardino.

Nel 2004 viene chiamato, con grandi ambizioni, dalla Roma, ma prima dell’inizio del campionato si dimette per problemi personali, a causa della malattia che ha colpito la moglie Manuela. Il ritorno sui campi avviene nella stagione 2005/2006, quando i fratelli Della Valle gli affidano la panchina della Fiorentina. I viola arrivano quarti alla fine del campionato, guadagnando la qualificazione ai preliminari di Champions League, ma le sentenze del processo sportivo di Calciopoli penalizzano la squadra di trenta punti. Non solo: nella stagione 2006/2007, la Fiorentina subirà una penalizzazione di quindici punti.

Nel mese di dicembre del 2006, Prandelli vince il premio Panchina d’Oro, assegnato dai suoi colleghi, mentre l’anno successivo si spegne Manuela, la moglie, che lascia i figli Niccolò (più tardi diventerà preparatore atletico della Nazionale) e Carolina. Segue un periodo di grandi soddisfazioni (almeno dal punto di vista sportivo) per l’allenatore bresciano, che conclude la stagione 2007/2008 al quarto posto, che vale l’accesso ai preliminari di Champions, sfiorando la finale di Coppa Uefa: ai rigori la Fiorentina viene eliminata in semifinale dai Rangers di Glasgow.

L’esperienza in Champions si conclude prematuramente nella stagione 2008/2009, ma i viola si confermano al quarto posto in campionato, ottenendo quindi una nuova partecipazione alla massima competizione continentale. Mentre anche in Europa ci si accorge delle doti calcistiche e umane di Prandelli, la Fiorentina viene eliminata negli ottavi di finale di Champions dal Bayern Monaco.

Risolto il contratto con la società toscana il 3 giugno del 2010, Cesare Prandelli viene nominato Commissario Tecnico della Nazionale italiana, e prende il posto di Marcello Lippi. Il debutto azzurro non è dei più felici, visto che l’Italia perde 1 a 0 contro la Costa d’Avorio in amichevole. Il primo successo arriva contro l’Estonia il 3 settembre 2010; il 6 settembre del 2011, invece, Prandelli ottiene la qualificazione agli Europei di Polonia e Ucraina 2012 con due giornate di anticipo.

Apprezzato dagli addetti ai lavori per la cortesia e i modi di fare gentili, Prandelli nel corso della sua carriera ha sempre avuto un occhio di riguardo verso i giovani, sia quando ha allenato le squadre di club sia sulla panchina della Nazionale: è stato lui a volere fortemente in azzurro Mario Balotelli.

Subito dopo l’uscita dal girone dei mondiali di Brasile 2014, che manda a casa l’Italia prima degli ottavi di finale, Cesare Prandelli annuncia le sue dimissioni.

FILOSOFIA DI GIOCO
Gli anni di Firenze

Cesare Prandelli è un trasformista. Lui infatti non è un allenatore orientato su uno solo o pochi schemi di gioco fissi, ma adatta invece il proprio gioco in base ai giocatori che ha a disposizione. Anzi lui ama cambiare spesso sistema di gioco, anche durante la partita stessa.

In particolare Prandelli decide come organizzare il gioco della sua squadra partendo spesso dal centrocampo. Per lui infatti, il centrocampista è un ruolo cardine del suo gioco, ed in base alle caratteristiche dei suoi centrocampisti costruisce lo schema di gioco della sua squadra.

Tutto questo si è potuto notare ampiamente durante il suo quinquennio da allenatore della Fiorentina, dal 2005 al 2010, in cui ha alternato durante le stagioni centrocampisti di contenimento (come Donadel, Brocchi e Felipe Melo), giocatori più tecnici (come Montolivo, Zanetti e Liverani) e centrocampisti di spinta, molto offensivi (come Vargas, Semioli e Santana).

La nazionale
Ma da CT della Nazionale Italiana, Prandelli ha avuto la possibilità di scegliere quale tipo di giocatori convocare, e quindi di scegliere in piena libertà anche l’impianto di gioco che avrebbe dato alla sua squadra, senza doversi adattare come in passato.

Prandelli allora sceglie di chiamare solo centrocampisti di qualità, con ottime capacità tecniche e di palleggio, oltre che di inserimento, rinunciando quasi del tutto a mediani di rottura e contenimento. L’unica eccezione può essere considerata la convocazione di De Rossi, ottimo in fase difensiva, ma pur sempre un giocatore di grande tecnica e abilità nel possesso palla.

In particolare i 4 centrocampisti titolari erano Pirlo, Marchisio, De Rossi e Montolivo, schierati a rombo. Un centrocampo senza dubbio tra i più forti del torneo, con Marchisio che allora aveva appena raggiunto la maturazione tecnico-tattica, Montolivo e De Rossi erano nel periodo di maggiore forma fisica e tecnica della loro carriera, e Pirlo era già diventato una leggenda a livello mondiale.

Loro 4 insieme hanno dato vita a quello che fu chiamato “centtocampo rotante“, per l’abilità dei suoi interpreti di intercambiarsi di posizione più, e più volte, all’interno della stessa partita.

Analisi dei movimenti del Centrocampo Rotante

Come già accennato in precedenza, i 4 giocatori inizialmente si schierano come un classico rombo centrocampo rotante, con Pirlo vertice basso, Montolivo schierato come rifinitore da vertice alto del rombo, con Marchisio e De Rossi ai lati, rispettivamente a destra e sinistra. Ma posso assicurarvi che il centrocampo ideato da Prandelli non aveva davvero niente di “classico“.

Nonostante siano tutti e 4 giocatori dall’alto tasso tecnico, e molto capaci in fase di palleggio, ognuno dei 4 centrocampisti aveva un compito specifico: Pirlo aveva il classico ruolo di regista ed il compito di far iniziare l’azione, De Rossi invece aveva il compito di proteggere la difesa rimanendo in un ruolo di maggiore interdizione, mentre Montolivo aveva il compito di sostenere i due attaccanti e di fungere da rifinitore, ed infine Marchisio doveva inserirsi costantemente senza palla per fornire nuove soluzioni offensive.

Ma nonostante l’esistenza di questi compiti del singolo giocatore, il centrocampo di Prandelli, si muove e gioca come un reparto di centrocampo molto compatto come un’entità unica, e proprio per questo poco importa se in alcuni momenti della partita i 4 giocatori si trovano a posizioni invertite.

In fase di possesso palla si creano durante lo sviluppo della partita 2 differenti schieramenti.

Nel primo caso Pirlo rimane isolato in posizione centrale davanti alla difesa, ad impostare il gioco, con i due interni De Rossi e Marchisio che si alzano sulla trequarti affiancando Montolivo, fungendo quasi da ali esterne.

Quando però succede questo, è possibile notare una sottile differenza nel posizionamento di Marchisio e De Rossi. Marchisio infatti, nonostante le ottime capacità di corsa ed inserimento, e quindi adatto per giocare in fascia, gioca leggermente più accentrato rispetto a quanto invece fa De Rossi, che si allarga notevolmente sulla destra. Questo perché il terzino di destra, che poteva essere Maggio, Abate o Balzaretti, ha maggiore licenza di spingere in avanti rispetto al terzino di sinistra, che spesso era Chiellini.

Nel secondo caso invece, come succedeva il più delle volte, quando erano i difensori italiani ad essere in possesso della palla, sia Pirlo che De Rossi si abbassano centralmente per ricevere palla ed impostare, ed anche per rimanere in copertura in caso di transizione negativa, con Marchisio che si alza insieme a Montolivo, sempre centralmente, componendo così uno schieramento del centrocampo su due livelli abbastanza simmetrici.

Da questa posizione gli sviluppi di gioco possono essere davvero tanti. Ad esempio, quando la seconda punta, Cassano, si abbassa sulla trequarti o sulla linea dei centrocampisti per ricevere palla, Montolivo e Marchisio immediatamente si allargano sulle fasce e si posizionano sulla linea della prima punta, Balotelli, andando a creare una specie di 4-2-3-1 o addirittura un 4-3-3.

Oppure, un’altra azione sfruttata molte volte è Marchisio che si allarga in modo da effettuare un inserimento in area dall’esterno verso l’interno, passando alle spalle dei difensori, con Montolivo, rimasto in posizione centrale, che tenta di servirlo.

Inoltre, durante le fasi in cui la squadra è schierata con questo 4-2-2-2, i 4 centrocampisti aumentano  notevolmente il numero di passaggi tra loro, con sopratutto Montolivo che funge molto da appoggio ai suoi due compagni rimasti in posizione più arretrata, ma comunque senza far mai mancare l’appoggio anche ai due giocatori d’attacco.

Durante queste occasioni in cui Montolivo si abbassa un po’ per dialogare con Pirlo e De Rossi, è Marchisio ad alzare il suo raggio d’azione, cercando di giocare tra le linee avversarie, e ricevendo, insieme agli attaccanti, le verticalizzazioni degli altri 3 centrocampisti, in particolare di Montolivo.

Invece quando tutti e 4 i giocatori di centrocampo si trovano molto bassi, magari perché hanno appena riconquistato palla in difesa, cercano subito il lancio lungo verso Balotelli, scavalcando le linee avversarie, in modo da far salire la squadra.

Anche in fase di non possesso, lo schieramento in campo dei 4 centrocampisti di Prandelli è molto variabile, così come in condizione di controllo del pallone. Esso dipende molto dal posizionamento e dall’intensità dell’offensiva avversaria.

Infatti i centrocampisti italiani sono abili nel leggere le situazioni di gioco, anche in fase difensiva, ed alternano così uno schieramento in linea con uno schienamento sfalsato.

Lo schieramento in linea, che porta lo squadra a disporsi in un classico 4-4-2, viene utilizza in assenza di giocatori avversari tra le linee e quando la manovra avversaria si sviluppa principalmente in orizzontale piuttosto che in verticale, oppure quando provano a sfondare sulle fasce.

Mentre invece, con l’attacco avversario che si sviluppa con verticalizzazioni veloci e continui in zona di rifinitura, il centrocampo si dispone invece in maniera più scaglionata. Questo schieramento permette di coprire meglio gli spazi e costringe gli avversari a giocare in orizzontale, con una manovra più lenta e prevedibile.

Poi, quando invece gli avversari non sembrano spingere molto all’attacco, ed effettuano un calmo giro palla con i difensori, la squadra si posiziona con un 4-3-1-2, con De Rossi e Marchisio, stretti vicino a Pirlo, e Montolivo più avanzato.

In questi casi infatti è proprio Montolivo stesso ad effettuare il pressing verso i portatori di palla avversari, supportato in maniera discontinua dai 2 attaccanti, e in caso di loro avanzamento palla al piede gli rincorre incessantemente con un’azione di disturbo.

Sempre durante la fase di non possesso è possibile notare alcune costanti tattiche, come ad esempio la grande vicinanza tra loro dei 4 centrocampisti, effettuando una forte densità intorno al portatore palla avversario, oppure in altre situazioni la posizione molto larga di Marchisio e De Rossi, per cercare di contrastare l’avanzata dei terzini avversari, con Marchisio che spesso si trova a dover effettuare la diagonale difensiva.

In sostanza le varianti tattiche offerte da un centrocampo composto da questo tipo di giocatori sono davvero molte, con soluzioni sia di tipo offensivo che difensivo, studiate scrupolosamente da Prandelli ed il suo staff con gli interpreti.

Ma come già accennato in precedenza, ciò che ha reso davvero efficacie questo tipo di centrocampo è stato senza dubbio la capacità dei 4 centrocampisti ad adattarsi tutti durante i vari momenti della partita e della competizione, variando notevolmente i loro compiti e la loro posizione più volte, e “ruotando” in continuazione scambiandosi di ruolo tra loro, come si può vedere nell’immagine sottostante.

Il Genoa

Cesare Prandelli, con il suo Genoa, è stato il primo allenatore a dare un dispiacere alla Juventus in questo campionato di serie A 2018/2019 e l’ex Commissario Tecnico della nazionale italiana ci è riuscito trasmettendo alla sua squadra la giusta dose di concentrazione ed intensità, indispensabili per affrontare questo tipo di partite. E’ doveroso ricordare che il tecnico nato ad Orzinuovi nel 1957, non solo è riuscito a riportare serenità nell’ambiente genoano dopo gli esoneri di Davide Ballardini prima e Ivan Juric poi, ma ha ridefinito il modulo di gioco, passando dalla difesa a 3 alla disposizione con 4 giocatori, garantendo maggior compattezza e, al tempo stesso, una manovra più propositiva.

Oltre ai 4 difensori, Prandelli schiera il suo Genoa con 4 centrocampisti, mentre il reparto avanzato è composto da 2 attaccanti, le cui qualità rendono questo modulo estremamente efficace, con un grande lavoro nella fase di non possesso e nelle transizioni offensive.

FORMAZIONE

Tra i pali troviamo il giovanissimo Radu, classe ’97 scuola Inter, i terzini sono Pedro Pereira a destra e Criscito a sinistra (elemento di continuità tra le gestioni Ballardini, Juric e Prandelli) entrambi molto abili nelle incursioni. La coppia centrale è composta da Zukanovic e Romero (rivelazione di questo campionato, sul quale hanno messo gli occhi vari top club) che si completano a vicenda per esperienza ed esplosività.

A centrocampo i due centrali Radovanovic e Rolon costituiscono una vera e propria diga, disponendo di grande fisicità nei contrasti, oltre a garantire centimetri sulle palle inattive. Gli esterni hanno caratteristiche opposte: a destra Lerager si occupa prevalentemente della copertura, pur non disdegnando di appoggiare l’azione d’attacco, mentre a sinistra Lazovic funge spesso da attaccante aggiunto, grazie all’abilità nei posizionamenti preventivi.

Ma è il parco attaccanti a garantire varietà di soluzioni in fase di finalizzazione, grazie alla velocità di Kouamè e la capacità di Sanabria di attaccare la profondità, compensando parzialmente la partenza di Piatek nel mercato di gennaio. Dalla panchina Pandev, grazie alla sua classe e all’esperienza, è spesso in grado di indirizzare positivamente le sorti dell’incontro nei secondi tempi, pur con un minutaggio contenuto.

FASE DI POSSESSO

Il sistema di gioco in fase di possesso si presenta come un 2/5-3.

I centrali difensivi iniziano la fase di costruzione, mentre i terzini si alzano sulla linea dei centrocampisti dando ampiezza alla manovra; la linea mediana è sempre estremamente compatta, mentre l’esterno sinistro Lazovic si posiziona sulla linea degli attaccanti, garantendo varietà di soluzioni in zona di rifinitura e finalizzazione.

COSTRUZIONE

Rispetto alle precedenti gestioni Ballardini e Juric, la squadra di Prandelli predilige la costruzione dal basso (tranne quando è sottoposta ad una pressione molto offensiva dall’avversario, dove si opta per la palla lunga).
I due centrali difensivi vanno ad occupare i lati esterni dell’area di rigore per ricevere palla dal portiere, talvolta anche rischiando l’uno contro uno con gli avversari, senza mai rinunciare ad iniziare l’azione, mentre i terzini salgono sulla linea dei centrocampisti.

SVILUPPO

In fase di sviluppo i principali flussi di gioco passano attraverso Radovanovic che funge da “play basso” appoggiando spesso lateralmente, dove si posizionano i terzini; nel centrocampo a destra Lerager converge verso il centro (lasciando spazio sulle fasce e generando ampiezza) mentre Lazovic da sinistra si alza per svariare sul fronte d’attacco. Entrambe le catene laterali sono molto utilizzate, grazie alla qualità di Criscito a sinistra e di Pedro Pereira a destra. Se la palla torna ai centrocampisti, si cerca immediatamente il cambio di gioco sul lato debole avversario.

RIFINITURA E FINALIZZAZIONE

Le principali modalità di rifinitura sono rappresentate dai cross, sui quali gli attaccanti sono abilissimi a smarcarsi, con tagli, passanti e fuori linea.

Frequenti le sovrapposizioni e le triangolazioni per creare superiorità numerica e attaccare la profondità. La velocità e la tecnica di Kouamé consentono di cercare spesso l’uno contro uno (a fine marzo 2019 l’ivoriano è primo in serie A per duelli vinti, con 255 contro i 252 di Belotti).

Strumenti fondamentali in queste fasi di gioco sono anche i tiri da fuori, soprattutto grazie alla qualità di Lazovic e alla potenza di Radovanovic.
Qualora sia impossibile finalizzare attraverso le giocate, si ricorre all’attacco diretto con lanci in profondità per gli attaccanti, abili nel gioco aereo (Sanabria) e molto rapidi (Kouamé).

FASE DI NON POSSESSO

Il sistema di gioco del Genoa in questa fase può mutare dal 4-4-1/1 al 4-4/2 e la caratteristica principale è rappresentata dall’aggressione sistematica del portatore avversario, che consente di recuperare molti palloni, costringendolo spesso a forzare la giocata.

Fondamentale il posizionamento dei centrocampisti centrali e degli esterni, sempre accompagnati da uno dei centrali difensivi nella pressione, per chiudere le linee di passaggio, con una notevole densità in zona palla.

TRANSIZIONE DIFENSIVA

In questa fase di gioco il Genoa mantiene un atteggiamento estremamente aggressivo, volto alla riconquista immediata della palla, che quando non va a buon fine, porta la squadra a ripiegare sotto la linea del pallone. Le coperture preventive sono affidate ai due difensori centrali e al terzino sul lato debole.

TRANSIZIONE OFFENSIVA

Appena riconquistata palla, la squadra di Prandelli cerca immediatamente la giocata in verticale. Le punte attaccano la profondità, spesso accompagnate degli esterni di centrocampo (in particolare Lazovic a sinistra). In alternativa, si ricorre al passaggio indietro per rallentare la manovra e riposizionare la squadra, consolidando così il possesso palla. Molto abili gli attaccanti, specialmente Kouamé, negli smarcamenti preventivi in zona di rifinitura.

CONCLUSIONE

Dall’insediamento a dicembre 2018 fino alla vittoria con la Juventus di marzo 2019, Cesare Prandelli è stato decisivo per archiviare l’atteggiamento timoroso del Genoa e attraverso un lavoro (anche psicologico, fungendo talvolta da “parafulmine”) è riuscito ad iniettare fiducia in una squadra che rischiava la “caduta libera”, dandole un’identità ben precisa, non solo nel gioco, ma soprattutto nella gestione della partita e delle sue molteplici fasi.

La sua grande esperienza e capacità di guidare il gruppo (consolidata durante il periodo da CT della Nazionale Italiana), ha consentito finora al Genoa di interpretare gli incontri in modo ottimale, colpendo gli avversari (soprattutto le più blasonate Lazio e Juventus) nei momenti in cui viene meno l’intensità della manovra o la precisione nelle giocate. Un bentornato nel calcio italiano che conta a questo tecnico eccellente e uomo di indiscusso valore.

LA FIORENTINA CHE SARÀ

Sarà una Fiorentina diversa quella che si preparerà all’ottava giornata di Serie A, con un nuovo allenatore, un nuovo modulo e nuovi titolari. Riguardo quest’ultima, almeno in parte. Perchè Prandelli non rivoluzionerà i giocatori imprescindibili, ma porterà una tattica maggiormente offensiva rispetto a quella di Iachini.

Se nell’ultima esperienza al Genoa ha optato per la difesa a tre, spesso simbolo della formazione ligure, durante la sua carriera Prandelli ha spesso giocato con il 4-2-3-1, ai tempi della Nazionale azzurra (con cui ha ottenuto un secondo posto all’Europeo 2012) e nelle sue esperienze all’estero.

Uno dei giocatori chiave di Prandelli dovrebbe essere Amrabat, più volte elogiato dall’ex allenatore di Parma e Roma durante la sua attesa per un ritorno in Serie A. Per il nuovo tecnico della Fiorentina indicazione di qualche mese fa a proposito di Kouamè, visto fuori dal ruolo di centravanti. Che dovrebbe toccare a Vlahovic, con Cutrone prima alternativa.

Sulla trequarti, in posizione centrale, spazio per Castrovilli, ancor più vicino alla porta, così da aumentare il già alto numero di goal segnato in questo avvio di stagione. Per il resto sembrano partire avanti a tutti Ribery a sinistra e Callejon a destra.

Detto di Amrabat, al suo fianco Pulgar, con Bonaventura che dovrebbe così partire dalla panchina alla pari di Duncan e Borja Valero. In difesa pochi dubbi: terzini titolari Biraghi da una parte e Lirola dall’altra, Dragowski tra i pali e la coppia Pezzella-Milenkovic al centro.

La principale idea di Prandelli è il 4-2-3-1, ma non è da escludere anche una nuova possibilità al 3-5-2, che a quel punto vedrebbe Vlahovic affiancato anche da Kouamè, che ai tempi del Genoa prandelliano giocava sopratutto da seconda punta, ma anche da ala sinistra.

Sulla fascia mancina il titolarissimo, davanti ad un 4-2-3-1, sarebbe ovviamente Ribery, con lo stesso Kouamé come prima alternativa, jolly alla pari di un Bonaventura pronto a ricoprire qualsiasi ruolo scoperto al ritorno dopo la sosta delle Nazionali.

Un mix di esperienza assoluta e gioventù, sopratutto in avanti. Questa la Fiorentina a cui si affiderà Cesare Prandelli per rinascere, e non solo per rialzare la sua vecchia squadra viola. A otto punti dopo sette partite, niente è ancora perduto, anzi.

Il campionato è appena iniziato, ma Commisso ha deciso di correre ai ripari prima che la situazione potesse compromettersi: l’obiettivo è infatti quello di tornare in Europa, in cui la Fiorentina di Prandelli fece la voce grossa per anni nello scorso decennio.

a cura di Marzio De Vita

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