Lunga intervista questa mattina sulla Gazzetta dello Sport all’attaccante argentino della Fiorentina Giovanni Simeone.

“Lo sa che mia nonna Nora legge il futuro? Non scherzo. Fa l’astrologa, interpreta anche i tarocchi. In Argentina ha addirittura uno studio dove riceve i clienti su appuntamento. Quando avevo 17 anni un giorno mi disse: “Fra qualche settimana ti chiamerà la Nazionale Under 20”. Io le dissi: “Nonna, sono ancora troppo giovane”. Lei rispose solo: “Vedrai”. Dopo pochi giorni, mi arrivò la convocazione. Da quel momento le ho chiesto di non dirmi più nulla sul mio futuro. Mi fa troppa paura”.
Il 22enne attaccante della Fiorentina si racconta prendendo come base per la sua storia il libro «L’alchimista» di Paulo Coelho.

Perché ha scelto questo libro?
“Me l’ha donato zia Natalia, la sorella di mio padre. Lei è un avvocato, ma soprattutto è la persona forte della famiglia, quella con la quale tutti si confrontano per prendere le decisioni. È lei che fin da piccolo mi ha instradato alla lettura. Ho cominciato e non mi sono più fermato. Lo stesso è avvenuto con questo libro, che lascia dentro valori importanti. Il primo è che tutto nella vita ha un senso e, alla fine, è più importante il cammino della meta”.

Coelho è stato affascinato dalla magia, lei anche?
“Credo nel potere dell’energia positiva. Per questo provo a stare vicino a chi la emana. In questi anni mi è capitato di avere compagni o allenatori che ne sprigionavano di negativa e così cercavo di tenerli a distanza. Inoltre pratico la meditazione tutti i giorni perché – grazie a mia madre Carolina – dallo scorso anno sono diventato buddista, ma ai compagni non lo dico perché sa, com’è lo spogliatoio, ho paura che un po’ mi prendano in giro”.

Lei sa che anche Roberto Baggio era buddista?
“No, non lo sapevo, però mi fa piacere. A casa mia ho una statua del Buddha e – vede? – mi sono tatuato anche uno dei suoi simboli qui sulla gamba”.

Ha tatuato anche il simbolo della Champions League.
È il mio sogno. Anzi, una volta fui tentato di chiedere a nonna Nora se un giorno la vincerò”.

Prima deve giocarla.
“Quello lo farò di sicuro. Comunque a nonna non faccio domande. Anzi, forse potrei chiedere l’oroscopo dei difensori della Roma per capire chi non è in forma” (ride, ndr).

Ha dei riti prima delle partite?
“Quando entro in campo devo guardare le porte. Sento qualcosa dentro. A Firenze mi piacciono, però quelle dell’Atletico Madrid mi fanno impazzire”.

Santiago, il protagonista del libro, sbarca a Tangeri, luogo di contatto tra Europa e Africa. Adesso un incontro del genere da molti è poco gradito.
“Io invece sono contro tutti i muri. Ognuno deve poter creare il proprio sogno. Nel mio mondo non esiste il razzismo”.

In Italia invece Anna Frank diventa motivo di scontro fra tifoserie. Ha letto il suo «Diario»?
“No, ma me ne hanno parlato. Sarà il prossimo libro che leggerò. Però che brutta storia…”.

Nella vita ha incontrato un saggio come Melchisedek?
“Sì, penso sia papà. Abbiamo un ottimo rapporto e trovo che non sia casuale il fatto di essere arrivati in Italia alla stessa età, a 20 anni. Solo che io ero più informato. Lui credeva che in estate fosse freddo come in Argentina ed era sbarcato con sciarpa, maglione, per poi scoprire che si moriva di caldo”.

Ci sono allenatori bravi, però raramente si parla di una filosofia connessa a loro. Invece con Diego è nato il «Cholismo».
“È vero, ma papà non lo vedo come un creatore di una filosofia per tanti: è una filosofia che lascia a suo figlio, così come io lo trasmetterò ai miei. I calciatori che allena ne hanno solo approfittato per crescere”.

Sul braccio ha tatuato il nome di suo padre?
“No, di mio nonno Carlos. È la radice di tutto, una roccia, quello che ha trasmesso i suoi valori a mio padre. L’inventore del “cholismo” in fondo è lui”.

Che consigli le dà suo padre?
“Su tutto. Staresti ore ad ascoltarlo. A me i suoi consigli servono perché a volte non mi accorgo di chi ci gira intorno. C’è tanta invidia, tanta gelosia”.

Il «Cholo» è stato più felice a Milano o a Roma?
In tutte e due le città. Io invece ho un brutto ricordo della scuola a Milano. Ero piccolo e mi mandavano in un istituto di suore molto severe. Se facevo il cattivo, non potevo giocare e mi mettevano a disegnare, se mi comportavo bene mi davano una moneta di cioccolato. Non mi piaceva, forse per questo avevo tanta voglia di andare subito a scuola. Chiesi a mamma di entrare a 5 anni. Feci un esame e lo passai. Ero bravo, volevo studiare e fare l’astronomo”.

Da ragazzo, l’hanno mai accusata di essere un raccomandato?
“Certo, mi hanno fatto del male. Ho vissuto un periodo difficile. Quando ero al River mi indicavano col dito ogni volta che passavo. Per fortuna che c’è stata la mamma ad aiutarmi. Io non avevo più amici, cambiavo scuola ogni due anni – come ho fatto per tutta la mia vita perché dovevamo seguire papà – e tutti mi facevano sentire malissimo”.

A Firenze invece sta bene anche a fare il turista.
“Certo. Nel tempo libero giro per conoscere la sua storia e studio anche la chitarra. Amo il rock e il pop, però sento pure blues e jazz. Anche per questo mia zia Natalia dice che ho il corpo di un giovane e l’anima di un vecchio. D’altronde, sono un po’ particolare. Sto bene solo, anche con l’aiuto di uno psicologo, Augustin, che mi segue fin dai tempi dell’Argentina. Mi ha aiutato molto. Prima ero fidanzato anche perché mi faceva paura stare da solo, invece non c’è nulla da temere. Eppure vedo tanti calciatori che si fidanzano soltanto perché hanno paura della solitudine e non hanno la forza di affrontare le difficoltà senza appoggio. In fondo, c’è più ricerca di compagnia che vero sentimento”.

Parlando di calcio, il suo obiettivo è arrivare a 12 gol?
“È vero, ma in realtà voglio solo migliorare. I gol saranno la conseguenza. Qui, d’altronde, ci sono tutti influssi positivi”.

Quanto le parlano di Batistuta?
“Sempre. Tutti lo hanno conosciuto e gli sono stati amici. Mi piace, è bello sapere che hanno fiducia negli argentini. Mio padre racconta che era un animale dell’area. Ho visto tante volte i suoi gol su YouTube: spaccava le porte. Sarebbe bello fare la storia in viola come lui”.

A proposito di centravanti veri, per lei chi è più forte tra Icardi, Higuain, Dzeko e Immobile?
“Icardi. Come movimenti in area è unico. Forse gli assomiglia un po’ Immobile, ma intendiamoci: sono tutti fortissimi”.

Qual è stato il suo modello?
“Mi è sempre piaciuto Falcao, ma anche Suarez e Morata”.

Arriva la Roma, che può anche eliminare il «suo» Atletico dalla Champions.
“Sarà dura. I giallorossi stanno molto bene, lo si è visto col Chelsea. Per l’Atletico le gare di Londra e Madrid saranno decisive. Sarebbe un brutto colpo essere eliminati, ma papà può ancora farcela”.

Quale sarà il podio della A?
“Napoli, Juve e Inter, nell’ordine”.

Un giorno suo padre allenerà l’Inter?
“Penso faccia parte del suo cammino, come vincere il Mondiale con la nazionale”.

Nel libro si legge: «Gli uomini sognano più il ritorno che la partenza». Sogna un ritorno in Argentina per giocare in una nazionale allenata da suo padre?
“Sì, ci penso tanto, anche se so che avere papà in panchina sarebbe difficile più per me che per lui. Ma accetterei la sfida per un motivo: sarei guidato da uno degli allenatori più bravi del mondo”.

È il momento dei saluti, ma prima di stringerci la mano il suo cellulare all’improvviso s’illumina. Giovanni legge il nome sul display e poi alza la testa. “Guardi, è proprio mio padre”. Ci guardiamo stupiti, come due comuni mortali colti di sorpresa dalle coincidenze. Nonna Nora, invece, forse l’aveva già previsto.