Pengwin: "Parole gravi e minacciose, la Fiorentina doveva intervenire, ma per me finisce qui"
Non si placa il botta e risposta tra il Pengwin e Kean. L'influencer definisce "gravi e inaccettabili" le "minacce dell'attaccante" e chiama in causa la Fiorentina
Il Pengwin, tra i volti più conosciuti sul web, con oltre un milione di follower su Instagram, nei giorni scorsi è stato protagonista di un duro confronto con l'attaccante della Fiorentina e della Nazionale, Moise Kean. Prima sui social e poi di persona a Firenze, in un incontro organizzato da Le Iene. Ora l'influencer in un lungo comunicato, chiama in causa anche la Fiorentina, dalla quale si sarebbe aspettato "una presa di distanza chiara, un richiamo serio, una stigmatizzazione inequivoca" che non c'è stata.
Nella lunga nota diramata alla stampa il Pengwin scrive: "In relazione a quanto accaduto negli ultimi giorni, sento il dovere di intervenire pubblicamente per chiarire, con fermezza, la mia posizione. Anzitutto, è necessario chiamare i fatti con il loro nome. Quello che è avvenuto non è stato un diverbio, non è stato uno scontro tra due persone che si sono affrontate ad armi pari, non è stato un semplice momento di tensione reciproca. Si è trattato, invece, di una aggressione verbale unilaterale nei miei confronti, nel corso della quale Moise Kean ha pronunciato parole gravi e minacciose, travalicando in modo evidente ogni limite del confronto, anche acceso, che può fisiologicamente accompagnare il mondo del calcio e del commento sportivo. Ed è proprio questo il primo punto che non può essere ridimensionato né confuso: io non ho preso parte a una lite tra pari, ma ho subito un comportamento intimidatorio e verbalmente aggressivo, che avrebbe meritato da subito ben altra consapevolezza e ben altra presa di posizione.
Tuttavia, per quanto quelle minacce siano state gravi e inaccettabili, c’è un aspetto che, sul piano umano e civile, mi ha colpito ancora più profondamente. Mi riferisco alle espressioni utilizzate da Moise Kean con riferimento alla mia presunta non italianità. Parole di questo tipo non rappresentano una semplice offesa personale, ma evocano un contenuto ben più pesante, perché colpiscono la dignità della persona e richiamano un criterio di esclusione identitaria che non dovrebbe trovare alcuno spazio né nello sport né nel dibattito pubblico.
Si tratta di parole tanto più dolorose in quanto provenienti da chi, per storia personale e per il ruolo pubblico che ricopre, dovrebbe avere particolare sensibilità verso il peso dei pregiudizi, delle etichette e delle discriminazioni. Proprio per questo, da Moise Kean ci si sarebbe aspettati maggiore lucidità, maggiore responsabilità e soprattutto la capacità di comprendere fino in fondo la gravità di certe espressioni.
A rendere la vicenda ancora più seria è il fatto che, anche successivamente, non vi sia stata una vera presa di coscienza. Non è emersa una dissociazione piena, netta e inequivocabile rispetto a quelle parole. E quando si pronunciano espressioni di tale gravità, non bastano aggiustamenti di tono, non bastano mezze correzioni, non bastano formule ambigue: serve assumersi fino in fondo la responsabilità di ciò che si è detto e chiedere scusa in modo autentico.
Sotto questo profilo, non posso poi non evidenziare la posizione della Fiorentina. Dinanzi a parole così gravi e a una aggressione verbale così evidente posta in essere da un proprio tesserato, ci si sarebbe aspettata una presa di distanza chiara, un richiamo serio, una stigmatizzazione inequivoca.
Nulla di tutto questo è avvenuto con la forza e la nettezza che la situazione avrebbe imposto. Anzi, ciò che è stato restituito all’esterno è una rappresentazione ancora più amara: invece di marcare un confine etico preciso rispetto a quanto accaduto, si è consentito che la vicenda venisse gestita in un contesto comunicativo che ha finito per valorizzare l’immagine del club. Il fatto che Moise Kean sia successivamente comparso in un’intervista realizzata nei campi di allenamento della Fiorentina, in un ambiente completamente brandizzato e immediatamente riconducibile alla società, senza una contestuale e chiara condanna delle parole pronunciate, ha dato l’impressione che si sia voluto trasformare un episodio gravissimo in un’occasione di visibilità, anziché in un momento di responsabilità.
Ed è proprio questo che trovo inaccettabile. Qui non è in discussione il diritto di critica. Io continuerò a commentare il calcio, a esprimere valutazioni, anche severe, e a farlo con libertà. La critica sportiva può essere scomoda, può irritare, può non piacere. Ma non può mai giustificare minacce, intimidazioni o aggressioni verbali. E non può, soprattutto, aprire la strada a espressioni che colpiscono una persona sul piano identitario, insinuando che la sua opinione valga meno o sia meno legittima in ragione delle sue origini.
Per questo ritengo doveroso ribadire con chiarezza che quanto accaduto non può essere minimizzato come una semplice polemica o come un alterco fra due soggetti. No: è stata una aggressione unilaterale, verbale e intimidatoria, accompagnata da espressioni gravissime, che meritavano una censura immediata e senza ambiguità. Quella censura, purtroppo, non è arrivata né da chi ha pronunciato quelle parole nei termini dovuti, né da chi avrebbe avuto il dovere di richiamarle pubblicamente.
Le parole hanno un peso. Le minacce hanno un peso. Le allusioni discriminatorie hanno un peso ancora maggiore. E quando tutto questo viene tollerato o anche solo non chiaramente condannato, il messaggio che passa è devastante.
Nonostante l’amarezza che questa vicenda mi ha lasciato, continuerò a fare il mio lavoro con la stessa libertà, la stessa serietà e la stessa passione di sempre. Non ho alcuna intenzione di alimentare ulteriormente questa storia, né di trasformarla in uno scontro permanente. Ho detto ciò che ritenevo doveroso dire e, per quanto mi riguarda, finisce qui. Resto convinto che il dialogo, il rispetto e la capacità di assumersi le proprie responsabilità siano l’unico modo serio e civile per chiarire davvero le cose".