Il calcio, lo sappiamo, è fatto di episodi. La Fiorentina vince a San Siro con un tiro in porta di Federico Chiesa, il Parma vince a Firenze con un tiro di Roberto Inglese. Capita… Andiamo avanti: Vitor Hugo migliore in campo contro il Milan,  Vitor Hugo sbaglia e si fa espellere contro il Parma. Risultato: la Fiorentina vince contro i rossoneri e perde contro i ducali. Ma non solo: il 26 settembre (sempre a San Siro, quella volta contro l’Inter) un fallo di polpastrello di Vitor Hugo viene punito col rigore, tre mesi dopo un fallo di mano, di braccio, di tutto l’avambraccio di Bastoni del Parma, NON viene punito col rigore. Risultato: l’Inter vince la partita, perde la Fiorentina. Il Parma vince la partita, perde ancora la Fiorentina. Questo per dire che il calcio è strano, imprevedibile, imperscrutabile. Con una costante: con gli arbitri (ma anche nella vita comune) ci rimette sempre la Fiorentina. Sopratutto al momento in cui sembra spiccare il volo. Non verso lo scudetto, ci mancherebbe, bensì verso le posizioni che contano. Per la Champions League (ad esempio), per i premi e gli incassi milionari, per l’appeal che può avere la Champions in sede di mercato. Insomma… per lo stesso principio per il quale il 19 maggio 2013 in Champions ci andò il Milan (e non la Fiorentina), puntuale come un orologio svizzero arriva il Fabbri di turno e cala la mannaia. Detto questo, contro il Parma, non ha vinto il signor Fabbri di Ravenna (quantomeno non solo…) ha perso la Fiorentina. Ha perso Vitor Hugo, ha perso Pioli, hanno perso Gerson e Pjaca. Hanno perso tutti. Certo che, con un rigore in più, con qualche ammonizione in meno, tre-quattro minuti in più di recupero, forse il risultato sarebbe stato diverso. E stasera non faremmo certi discorsi.

Un famoso proverbio recitava: “il se ed il ma sono il patrimonio dei bischeri”. Ora… per andare a vedere questa Fiorentina, il giorno di Santo Stefano, un po’ bischeri bisogna essere. Certo l’atteggiamento di Pioli, le idee di Pioli, gli errori di Pioli, ci mettono a dura prova. Tanto da considerare la partita di Genova una sorta di ultima spiaggia. Lo poteva essere già la sconfitta di Sassuolo, poi la Dea bendata e la dabbenaggine dei neroverdi ci ha messo lo zampino. Due settimane di tregua, e siamo daccapo: con l’aggravante che, dopo Marassi, c’è la sosta invernale. 15 giorni che, in caso di rovescio il 29 dicembre contro la squadra di Prandelli, potrebbero essere propedeutici al cambio in panchina. Sappiamo che Corvino non cambia volentieri guida tecnica, i Della Valle ancora meno (chi li paga due stipendi?) però a tutto c’è un limite. Alternative? Chiunque, verrebbe da dire. Nel concreto i nomi sono sempre gli stessi: Donadoni, Guidolin, Reja, Cosmi, Malesani… Importante è che venga qualcuno che restituisca entusiasmo, voglia di giocare, voglia di divertirsi a undici ragazzi totalmente anestesizzati. Dalla tristezza, dalla mediocrità di un tecnico prigioniero della sua stessa paura. Il cambio di Edimilson con Ceccherini, per compensare l’espulsione di Vitor Hugo, è sembrato il segnale di una resa senza condizioni. Fiorentina sotto di un gol, contro un Parma senza Gervinho e Bruno Alves (come se a noi mancassero Chiesa e Pezzella), e Pioli mette un difensore… per un difensore. Chessò, magari si cambia modulo, si stravolge il sistema di gioco, si prova il tutto per tutto. Ma non si mette uno stopper mentre si perde 1-0. In casa, contro il Parma, seppur in 10 uomini. Questione di mentalità, di atteggiamento, di fiducia. Quella che il tecnico non trasmette più. Quella che la squadra non ha più da tempo.

Ora tocca a Corvino. Dove non interviene la proprietà, interviene la dirigenza. Pagata e stipendiata per questo. Parlare in prima persona è sempre sbagliato, ma in questo caso ci arroghiamo il diritto e diciamo… Se io fossi Corvino: 1) parlerei con Pioli e gli imporrei gli uomini giusti nei ruoli giusti. Fuori Milenkovic e dentro Laurini, fuori Edimilson e dentro Norgaard (o Dabo). Per riportare Veretout nel ruolo naturale di mezzala. 2) dentro Hancko dietro a Biraghi, e modulo 4-4-2 con Mirallas accanto a Simeone. 3) parlerei con la proprietà e chiederei un anticipo di cassa per prendere (a gennaio) Gabbiadini e Viviani. Una punta ed un regista. In previsione di vendere Milenkovic a giugno e rientrare di 50 milioni. 4) se tutto questo mi fosse negato (anche, come ultima ratio, l’esonero di Pioli) rassegnerei le dimissioni. Va bene il contratto, va bene l’orgoglio, va bene non riconoscere l’errore, ma la dignità va avanti a tutto. E di questo passo, la dignità dell’uomo Corvino, in totale assenza della proprietà, sta venendo meno. “S’i fosse foco arderei ‘l mondo” sosteneva Cecco Angiolieri, se io fossi Corvino salverei me stesso. A costo di affondare Pioli, affondare i Della Valle e salvare la Fiorentina. Ora o mai più.