La prima cosa che abbiamo pensato, appresa la notizia della sua scomparsa, è che allenatori come Gigi Radice non ne nascono più. Un po’ perchè i tempi sono cambiati (ma questa è banale), un po’ perchè non c’è più nulla da inventare (e questa lo è di meno), un po’ perchè personaggi entusiasti, divertenti e divertiti come Gigi Radice, oggi non sopravvivono più. Non vivono e non sopravvivono più. La seconda, invece, è stata che… alla Fiorentina ci vorrebbe un allenatore come Gigi Radice. Creativo, propositivo, innovatore, coraggioso, spavaldo. Ed anche vincente (c’era lui in panchina nel 1976, per l’ultimo scudetto del Torino). Intendiamoci, non che Pioli non saprebbe esserlo: lo potrebbe diventare, forse lo vorrebbe essere e diventare. Oggi, però, non lo è. Neppure da lontano. Ed allora ripensiamo al calcio sanguigno di Gigi, fatto di pressing, di due punte, di aggressività, di giovani, di idee… Di moduli e schemi adattati agli uomini. Ecco, sulla scia di Liedholm (il più grande promulgatore del principio di cui sopra), Radice il primo giorno di ritiro guardava la rosa e sceglieva il sistema di gioco. Stagione 73-74: ho una squadra giovane, sbarazzina, vogliosa, che corre e che lotta? Ho un mediano fortissimo come Guerini, un terzino veloce come Roggi ed un fuoriclasse in pectore come Antognoni? Allora metto in panchina De Sisti (al tempo una sorta di lesa maestà, ma che ci volete fare… tutte le rivoluzioni hanno i loro martiri), arretro Merlo regista, gli metto accanto due mastini come Beatrice e Guerini e costruisco un 4-3-1-2 tutto forza e fantasia. Secondo gli interpreti a disposizione. Che poi quando giocava Mimmo Caso (togliendo un difensore) diventava un 3-4-3 all’olandese. Il suo naturale riferimento tattico. Idem nel Torino dove, al contrario, rinunciò ad un muscolare (se ne era andato Agroppi), bypassò il trauma dell’addio di Ferrini (autentica icona granata che gli fece, ahilui per pochi mesi, da vice-allenatore) e varò un 4-4-2 con un solo mediano (Patrizio Sala), un regista (Eraldo Pecci) e due facitori di gioco (Claudio Sala e Zaccarelli). Più due autentiche bocche da fuoco come Graziani e Pulici, i celeberrimi “gemelli del gol”. Non c’è due senza tre. Nel 1992 Gigi Radice Seconda Repubblica viola, dopo otto mesi passati a rattoppare ed a difendere una stagione sbagliata (quella dell’esonero di Lazaroni), si trova con una difesa (diciamo così) normale: Carnasciali, Luppi, Verga, Faccenda e… Pioli. Un centrocampo tecnico ma leggero, dove l’unico incontrista era Di Mauro, ed un reparto avanzato formidabile formato da Effenberg, Massimo Orlando, Laudrup, Baiano e (dulcis in fundo) Batistuta. Inutile difendersi, pensò Gigi, tanto un gol lo prenderemo sempre… tanto vale provare a farne due. Ed una volta di più Radice adattò il modulo agli uomini, lasciando liberi i fantasisti di inventare, creare, rifornire le punte, al prezzo (calcolato) di sguarnire la difesa: che prese sette gol dal Milan, quattro dal Napoli, perse al 90′ a Cagliari. Allo stesso tempo ne rifilò 7 all’Ancona, 4 alla Sampdoria, 2 ad Inter, Roma e Juventus. Tutto in 14 giornate dove la gente si divertiva, tifava, godeva nell’andare allo stadio. Dove la Fiorentina si trovò al secondo posto alle spalle del Milan che, tanto per dire, era più forte della Juventus di oggi.

Qual è la morale di tutto questo? Che uno come Radice ci mancherà (aveva anche lui i suoi difetti, ma perchè ricordarli ora?) che i Della Valle sarebbero stati fieri di lui (forse quando hanno coniato il motto: “il calcio è un divertimento” lo hanno pensato…) e che Pioli, che lo ha avuto come allenatore e maestro, si dovrebbe ricordare che sono i moduli ad adattarsi agli uomini. E non viceversa. Ma questo, Stefano, lo sa di sicuro…