Il sentimento. Ecco, era quello che mancava. Vi ricordate i giorni di Sinisa e le manate di Delio? Vi ricordate una squadra grigia e ingolfata capace di allontanare Firenze dal suo stadio? Già. E quanto ci volle per tornare a sentire applausi e cori di incoraggiamento dopo mesi di distacco e lampi di rabbia? Un soffio. Il tempo per ricominciare e tornare a parlare di calcio, cosa che da tempo non facevamo più. Perché la verità è una: l’essenza del pallone è il gioco con le sue regole tecniche ed emozionali. I cicli sono fatti di sogni, di stop e poi di ripartenze. E noi siamo stati troppo tempo con la testa distante dal campo, a discutere dei padroni, degli errori e della propaganda. Questo perché di pallone c’era poco da dire, considerato quell’anno buttato via. Poi basta poco, come pochissimo era bastato nei primi giorni di Montella. Una squadra ricostruita da zero, esattamente come questa, anche se con investimenti e obiettivi diversi. Ma ogni film ha la sua sceneggiatura, anche se il cuore del tifoso ha sempre lo stesso codice di accesso.

C’è un allenatore gentile e deciso che mette l’obiettivo davanti al suo ego, c’è una squadra giovane fatta di gente che fino a venti giorni fa magari nemmeno si conosceva di persona. I ritardi e un mercato con data di scadenza discutibile hanno costretto a una partenza impossibile. Poi la sosta, ancora mercato, la creazione di qualcosa che finalmente somiglia a una squadra vera. Dal secondo tempo con la Samp alla manita di Verona, a Firenze è tornato a battere il cuore e la Fiorentina è tornata ad essere attrattiva per i suoi fedeli, interessante da scoprire, da immaginare in proiezione futura. Come sempre.

 

Benedetto Ferrara, La Repubblica

 

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