Corvino 2.0 e il ritorno a Firenze per vincere

Pantaleo è tornato con un unico obiettivo, portare un trofeo a Firenze, ma con modi diversi dal passato...

Emozionato eccome, con addosso la sciarpa sacra del Ciuffi e accanto a un altro Mario molto più potente in società Corvino ha ripreso il filo viola senza nascondere il gusto estremo di ritrovarsi nel posto giusto. «Sono tornato a casa». Non come Lassie, ma da capobranco del mercato che si rimette in gioco alla guida tecnica del club in cui ha ottenuto i risultati migliori in serie A: un terzo posto virtuale (penalizzazione per Calciopoli nel 2006), tre quarti posti veri, un ottavo di Champions, una semifinale di Coppa Uefa.
E tante plusvalenze, 62 milioni solo grazie a Jovetic, Ljajic e Nastasic. Sessantadue.

Corvino aveva lasciato il lavoro a metà e non certo per iniziativa sua. Conoscendolo un po’ deve essersi morso parecchie volte la lingua per fare un riferimento così breve alla storia del licenziamento nel marzo 2012, bisognava trovare un colpevole dopo le 0-5 contro la Juve e fu individuato, nonostante Corvino fosse lontano da molte settimane per un grave problema familiare. Acqua passata. Corvo è vendicativo, ma lo choc positivo di essere tornato a Firenze gli ha abbassato anche gli ormoni del muso lungo, se è vero che ha offerto il calumet della pace anche ai cronisti precedentemente invisi: «Ripartiamto da zero, senza rancori». C’è bisogno di tutti. Energie positive, direbbe Sousa.

E’ davvero il massimo che può concedere uno come lui, ma qui certo non serve un’analisi psicologica dell’uomo. Interessa molto di più il mercato e per quello facciamo riferimento alle frasi pricipali riportate nel grafico, compresa quella sull’arte povera e la metafora innescata: «Io e Sousa siamo come due poveri contadini, dovremo lavorare e faticare…».
Resta un esercizio molto complicato, quello di far quadrare la «promessa di voler vincere qualcosa» con la necessità di fare un mercato virtuoso. Ma virtuoso quanto? Abbastanza, il concetto del fairplay non è estendibile e negli ultimi anni i bilanci della Fiorentina sono stati tutto fuorché esaltanti a livello contabile (dopo l’operazione-Gomez). Pochi margini di manovra, il che però non vorrà dire che il club sarà protagonista di una campagna acquisti/cessioni deludente; mai Corvino sarebbe tornato senza aver la garanzia di poter lavorare nel modo che gli riesce meglio, cioè con la massima libertà di azione. Notizia a margine, ma non troppo: Andrea Rogg sarà confermato nella carica di direttore generale.

Certo poi alla fine i conti dovranno quadrare, ma tutto manca al Corvo fuorché i contatti e le dritte per trasformare l’adrenalina in investimenti con un buon rapporto fra costi e risultati sul campo. Queste tre parole («provare a vincere» ) sono uno slogan dettato dall’entusiasmo, ma anche un memo per tutti; provare a vincere significherà in prima battuta provare a far meglio degli ultimi quattro campionati (tre quarti posti e un quinto) avendo ben presente che molte operazioni di mercato potranno rivoluzionare il gruppo, in entrata e in uscita. Nel 2005 appena arrivato dal Lecce  Corvino chiuse 47 trattative. Arrivò gente bravina, compresi Toni e Frey, con un investimento superiore ai 30 milioni. Non è esattemente questo il caso, bisogna saper far di conto e fare i conti con le aspettative della città. Ci sono davvero sfide più facili in giro per il calcio.

 

Angelo Giorgetti – La Nazione

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