Baldini attacca: "I calciatori si allenano poco, se facessero come i tennisti o gli sciatori, sarebbero più forti"
Il CT ad interim della Nazionale ha criticato il metodo di lavoro italiano
In vista della ripresa a ottobre del cammino europeo con l’Under 21, Silvio Baldini traccia il bilancio della sua breve ma intensa esperienza sulla panchina della Nazionale maggiore, dichiarando: «Il più bel ricordo sarà quello di aver rappresentato il mio Paese, una nazionale che ha vinto quattro titoli Mondiali».
Interpellato in conferenza stampa da un giornalista greco sulle ragioni dell'esclusione dell'Italia dagli ultimi tre Mondiali, il tecnico ha analizzato con durezza la crisi del movimento calcistico italiano: «Abbiamo avuto un’involuzione, non ci siamo accorti che il nostro calcio andava incontro a dei problemi. Che non avevamo più un ricambio generazionale, non c’erano più giocatori bravi come prima».
Secondo il Ct, l'incapacità di comprendere questa crisi ha frenato i necessari correttivi nei vivai, «che sono diventati una struttura più per fare business che per far crescere i nostri ragazzi da un punto di vista tecnico». Il vero fulcro del problema risiede però nella scarsa cultura del lavoro e nella bassa intensità delle sessioni: «Soprattutto nei settori giovanili, i ragazzi dedicano poche ore all’allenamento. Questi ragazzi già se arrivano a due ore di allenamento al giorno è tanto. Che poi tra riscaldamento, pause del gioco, non c’è mai grande intensità».
Per ritrovare competitività, Baldini ha proposto un netto parallelismo con il tennis e lo sci: «Vi faccio due esempi: nell’ultima Olimpiade la Brignone dopo l’infortunio ha vinto due medaglie d’oro. Andate a vedere quante ore al giorno ha passato ad allenarsi per arrivare a quell’appuntamento e non sbagliarlo. Nel tennis andate a vedere quanto si allenano, quante ore dedicano alla preparazione fisica. Se i nostri calciatori si allenassero anche solo un terzo di quanto si allenano questi atleti sarebbero molto più forti».
La soluzione, prendendo a modello l'approccio di tecnici come Antonio Conte, richiede un cambio totale di mentalità: «Un allenatore che arriva quasi sempre primo o secondo è Conte. Come mai vince? Perché ha una metodologia. Se nei settori giovanili non si torna a capire che la metodologia non è solo insegnare la tecnica o il cross, ma uno stile di vita, allora non si va da nessuna parte. I ragazzi prima di andare a scuola dovrebbero praticare un’attività sportiva come fanno in altri Paesi».