Sono passate quasi ventiquattr’ore dalla contestata vittoria della Fiorentina sull’Atalanta, ma le polemiche non accennano a placarsi. Nell’occhio del ciclone, oltre all’arbitro Paolo Valeri ed al VAR Daniele Doveri colpevoli di non aver correttamente valutato una situazione – a detta dei più – alquanto palese, finisce anche Federico Chiesa.

L’esterno della Fiorentina, fino a poche settimane fa considerato un autentico patrimonio del calcio italiano, sembra essersi improvvisamente trasformato nel più scorretto ed infame dei simulatori. Come se tutto ciò che di bello è stato capace di mostrare negli ultimi due anni, ossia dal suo precoce esordio in Serie A fino all’affermazione con la maglia azzurra, fosse istantaneamente svanito nel nulla, lasciando  il posto ad una scia di incomprensibili ed inaccettabili cattiverie. Un radicale cambio di prospettiva, tanto brusco quanto inspiegabile. Ma riavvolgiamo il nastro. 

Le proteste, generate dal presunto atteggiamento non propriamente corretto tenuto in campo dal classe ’97, si erano già sollevate nel corso della scorsa settimana, precisamente in seguito alla trasferta di Milano. Il primo, in ordine di tempo, ad alzare la voce è stato Kwadwo Asamoah. Il difensore dell’Inter, al termine della partita – non certo priva di rimostranze sollevate dalla controparte – vinta dai nerazzurri proprio sui viola è sbottato: “Chiesa? A un certo punto non lo sopportavo più, andava giù senza che facessi nulla”. Quello del ghanese, almeno in apparenza, aveva tutti i tratti di uno sfogo acuito dalle difficoltà incontrate nel confronto diretto con il giovane avversario. Quella che si presentava come un‘esternazione isolata ed estemporanea, si è invece rivelata il preludio ad un qualcosa di ben più grande.

La scintilla che ha innescato il rogo di polemiche e contestazioni arriva però nel secondo di Fiorentina-Atalanta: quando Chiesa, al termine di una delle sue consuete sgroppate sulla fascia, entra in contatto con Toloi appena varcata la soglia dell’area di rigore. La dinamica dell’azione, almeno in presa diretta, non lascia dubbi. Esitazioni pare non averne nemmeno il direttore di gara che, senza avvalersi dell’ausilio della tecnologia, sancisce il tiro dagli undici metri. La rete messa a segno da Veretout e la quarta vittoria casalinga della Viola vengono rubricate a mera cronaca marginale, a confronto del pandemonio che si scatenerà al triplice fischio.

Gasperini e Pioli vengono quasi alle mani ed il tecnico atalantino rincara la dose dalla sala stampa, etichettando il figlio d’arte come un simulatore che: “Prima o poi dovrà iniziare a pagarla, invece di essere sempre premiato per i suoi comportamenti”. Parole forti, indubbiamente dettate dalla concitazione del momento e dalla frustrazione per una sconfitta immeritata, ma assolutamente eccessive. Per di più se si pensa allo spessore del personaggio: un allenatore capace, intelligente e sensibile ma sopratutto abituato a lavorare con i giovani. Giovani, appunto. Come Federico.

Le normali questioni che solitamente animano il post-partita, assumono i connotati di un vero e proprio linciaggio mediatico quando in serata la parola passa agli opinionisti ed agli esperti del caso. I talk show si animano di personaggi, molti dei quali a stento hanno calcato un campo di calcio, che invocano pesanti squalifiche ed il ricorso alla prova televisiva mentre qualche improvvisato guru predice un futuro funesto per un calciatore avvezzo a certi comportamenti.

È il teatro dell’assurdo. Una mortificazione senza precedenti di quello che, nell’arco di pochi giorni, è passato dall’essere il talento più cristallino del nostro calcio al demone contro il quale lottare strenuamente. Una serie di attacchi, su tutti i fronti, che – andando a memoria – non trovano analogie nel passato. Nemmeno il baby Cassano, genio irrequieto spesso nel mirino della critica, era mai stato sottoposto ad un tale massacro. 

Fortuna che, dal coro degli indignati, si leva anche qualche voce dissonante. Come quella di Luca Toni, ex viola e campione del mondo, che, pur riconoscendo le colpe di Chiesa, ci tiene a sottolineare: “È giovane e va perdonato”. Ammettendo: “Anche io a volte mi buttavo, sopratutto agli inizi”. Gli fa eco il compagno Cristiano Biraghi che, nell’immediato post partita, chiarisce: “Fede non è un tuffatore. Prende tante botte perché gli avversari provano a fermarlo, anche con la forza”. Tempestiva anche la replica dell’allenatore, che smorza i toni definendo il gesto come: “Una scelta intelligente” da parte del suo giocatore. 

In attesa che i modi ed i termini della contesa gradualmente si attenuino e che il caso venga ricondotto nella giusta dimensione, ci sembra doveroso ricordare che Federico Chiesa costituisce un’inestimabile patrimonio per l’intero calcio italiano e non solo per la maglia e la città che rappresenta. Un patrimonio da preservare, lontano da precoci elogi ed eccessive note di biasimo… Non certo da demonizzare. Un auspicio ed un invito che, ci auguriamo, in molti possano cogliere ed accettare.

Gianmarco Biagioni