Quella per la Fiorentina non è una semplice storia di tifo, quanto piuttosto una vera e propria malattia, tanto che qualcuno (Stefano Cecchi) qualche anno fa, coniò persino la definizione di Violitudine, per indicare quella febbre che colpisce indistintamente dalla nascita ogni fiorentino che si rispetti. Una malattia quella per la Fiorentina, dalla quale – mai – nessun tifoso proverà a guarire, una passione fortissima e incontenibile che spinge persino un vecchio lupo di mare come Sconcerti a esultare davanti ad un monitor come un ragazzo, ignaro del fatto che oltre le vetrate in quel momento si stava svolgendo un telegiornale in diretta.

Difficile quindi capire e spiegare che cosa sia la Fiorentina quando non sei di Firenze e non tifi per lei. Ma la sensazione che se ne ricava è che il legame che esiste tra città e squadra sia fortissimo, forse il più forte in assoluto tra tutte le città che ne hanno solo una. Napoli, Bologna, Palermo, Bergamo e via via tutte le altre non danno la stessa sensazione di viscerale attaccamento dei fiorentini per la propria creatura. Forse questo succede perché in quelle città puoi trovare tifosi di altri club che vivono la loro fede calcistica in maniera più o meno tranquilla. A Firenze no! Cioè, esistono sempre, ma si guardano bene dall’ostentare il loro non essere viola.

Chi tifa Fiorentina sa bene che la vittoria è una sorta di utopia, ma quando questa arriva regala delle emozioni eterne che non verranno mai dimenticate dalle generazioni successive, come i due scudetti (1955/56 e 1968/69), il primo con il timbro del grande Fulvio Bernardini, un maestro di tattica anche fin troppo all’avanguardia per i suoi tempi, visto che aveva capito con ben 50 anni di anticipo rispetto a tanti altri, l’importanza degli spazi liberi e i movimenti di squadra senza possesso palla. Il secondo invece sotto la guida dello scugnizzo sud americano Pesaola, uno cosi napoletano nell’anima che passò alla storia perché durante le partite ai suoi faceva segno con la mano di andare sempre in avanti, ma nello stesso tempo gridava di ritornare tutti indietro.

La Fiorentina in quegli anni si faceva rispettare alla grande anche in Europa con la finale di Coppa Campioni (1956/57) persa contro il grande Real Madrid di Gento e Di Stefano (primo club italiano a raggiungere una finale di coppa europea), ma soprattutto con la storica conquista della prima edizione della Coppa delle Coppe (1960/61), che diede ai viola lo storico e imbattibile primato di essere il primo club italiano a conquistare un torneo UEFA. Ma d’altronde quello fu il periodo d’oro della squadra di Firenze, un periodo in cui la Viola stazionava fissa nelle prime posizioni del campionato Italiano e portava a casa anche altri allori come la Coppa delle Alpi (1961), la Mitropa Cup e la Coppa Italia del 1966. Protagonisti di quei meravigliosi anni furono i vari Julinho, Montuori, Cervato, Chiappella e poi ancora Amarildo, De Sisti, Chiarugi e tanti altri ancora.

Poi dopo la grande abbufata degli anni ’60 la Fiorentina dimentica gradualmente come si vince, ma impara ad amare nel modo più assoluto e incondizionato grazie alla sua bandiera più grande, il suo totem unico ed ineguagliabile, quel Giancarlo Antognoni che per i Viola è stato ciò che i vari Rivera, Maradona e Totti sono stati per Milan, Napoli e Roma. Antonio come lo chiamano i suoi è e sarà sempre l’amore più grande della curva Fiesole, e quando ci fu l’infortunio, in quel maledetto pomeriggio del 22 Novembre del 1981, un intero stadio e un’intera città rimasero senza fiato per degli attimi che durarono sul serio un’eternità, in un silenzio che poteva essere l’anticamera della tragedia ma che per fortuna si interruppe con un applauso scrosciante che significava pericolo scampato.

Dopo di lui era impossibile semplicemente il pensare di poter amare ancora nello stesso modo un altro gioctore, e invece un erede sembrava già esserci; ovvero Roberto Baggio, il quale però fu rapito dalla nemica di sempre: la Juventus! Nella quale fu suo malgrado costretto a trasferirsi. Un vero e proprio rapimento che passò alla storia, perché il 18 maggio del 1990 Firenze fu letteralmente messa a ferro e fuoco da un’intera tifoseria che unita ingaggiò una vera e propria guerra contro le forze dell’ordine. E proprio in questo episodio possiamo trovare un elemento che giustifica quanto detto prima riguardo l’attaccamento tra la città e la sua squadra, perché una simile manifestazione di rabbia e delusione non si è mai vista – né prima né dopo – non solo in nessuna città italiana ma neanche nel resto mondo.

Ma l’amore dei fiorentini per la squadra continua comunque e negli anni successivi altri campioni vestono la maglia viola, da Rui Costa a Batistuta, passando per Toldo ed Edmundo fino ad arrivare ai vari Di Livio, Riganò e tanti altri che pur non essendo delle star hanno avuto comunque il merito di essere i condottieri degli anni difficili in cui la Viola del post fallimento effettuava la veloce risalita per ritornare laddove le spettava di diritto. Una storia affascinante e tribolata quella della Fiorentina, fatta di alti e bassi, ma mai banale. Ecco forse se si guarda al presente è proprio questo che i suoi tifosi più accesi non accettano, ovvero quella stabilità fatta si di risultati sportivi ed economici di buon – medio livello, ma che mancano dell’imprevedibilità e del pathos che un colore unico come il viola pretende. Perché a Firenze tutto si può accettare, meno che la mediocrità. 

Fonte: Antonio Martines, Cm.com