Nel giorno del suo ottantottesimo compleanno, Ardico Magnini, grande ex giocatore della Fiorentina e membro dell’Associazione Glorie Viola, ci ha aperto le porte di casa e ci ha permesso di fare una lunga chiacchierata con lui, ricordando le tantissime vittorie e le poche sconfitte con la maglia viola, rivelando alcuni aneddoti del passato, dando dei pareri sulla squadra di oggi. Il tutto con disponibilità e simpatia, commozione e un velo di malinconia. Sul tavolo, in mezzo ad un stanza con decine di quadri, ci sono medaglie, targhe, cimeli della sua storia calcistica, premi che testimoniano la sua grandezza. E proprio da una targa cominciamo la nostra chiacchierata, quella posta lo scorso sabato nei pressi dello stadio.

Signor Magnini, che significato ha per lei l’intitolazione della piazza di fronte alla Stadio Artemio Franchi ai Campioni del ’56?
«E’ un gesto che mi rende felice, mi riempe d’orgoglio. Quella Fiorentina ha scritto una pagina importante della storia viola. Purtroppo a Firenze non abbiamo vinto molto, quindi è giusto ricordare chi l’ha fatto. Sono passati tanti anni…».

E tante cose sono cambiate…
«Non ci sono dubbi, anche la zona intorno allo stadio è cambiata molto, non la riconosco quasi più. In generale è cambiato il mondo, e con esso ovviamente il calcio. Ricordo che ai miei tempi eravamo un grande gruppo di amici, prima ancora che compagni di squadra, ci sentivamo una famiglia. Eravamo sempre insieme, inseparabili. Ad esempio, eravamo legatissimi anche al presidente Befani, certe volte giocavamo a pallone insieme. Per farle capire quanto era diverso… Magari tornasse quell’atmosfera».

Anche il rapporto con i tifosi non è più lo stesso, vero?
«Assolutamente! Dopo la partita passavamo tra la folla, i tifosi ci chiamavano per nome, ci davano delle pacche sulle spalle e ci dicevano “Bravi ragazzi!”. Oggi sarebbe impossibile, i calciatori sono diventati delle star. Non mi piace per niente come è diventato il calcio».

Qual è il suo rapporto con Firenze, lei che come sappiamo è nato a Pistoia?
«Ormai sono qui da tantissimi anni, ho vissuto in riva all’Arno anni meravigliosi e mi sento fiorentino a tutti gli effetti. A Pistoia mi lega l’infanzia, ma sono certo che se ci tornassi adesso non riconoscerei niente. Arrivai a Firenze nel 1950 e me ne innamorai immediatamente».

A tal punto che, pur di stare a Firenze e vestire la maglia viola, ha rifiutato il Bologna…
«Sì, il Bologna mi voleva fortemente, così come la Fiorentina. Ricordo che il presidente Dall’Ara in persona venne a casa mia e dei miei genitori per convincermi, srotolando banconote… Ma io volevo solo Firenze, avevo dato la mia parola e non me la rimangiai. A quei tempi la parola era una sola, non come oggi. Ricordo che intervenne mio padre e con voce ferma disse: “Se mio figlio vuole andare alla Fiorentina, così sarà”. Dall’Ara se la prese molto, tant’è che qualche tempo dopo, rivedendolo, mi augurò tutta la felicità del mondo ma disse di non farmi vedere a giro per Bologna. [ride]

Insomma, sono legatissimo a questa maglia, per me è come una seconda pelle.
Mi è tornato alla mente un ricordo divertente legato a mio padre… Era un omino piccolo piccolo, ma era un atleta vero. Pensi che quando andavamo nei posti lui si rifiutava di salire in macchina, preferiva andare a piedi. A quei tempi, ai tempi della Pistoiese, non voleva che io giocassi a pallone, quindi andavo senza che lui lo sapesse. Giocavamo in campi di fortuna, spesso c’era lo spago a delimitare il campo e le tribune non esistevano.

Una volta, mentre ci stavamo scaldando, guardai tra la gente e lo vidi, mio padre. E non sapevo come fare, sarei voluto scappare ma sapevo che lui mi avrebbe ripreso tranquillamente, essendo velocissimo. Allora entrai in campo, per molti minuti guardai più mio padre che il pallone, non potevo fare a meno di chiedermi cosa stesse pensando. Ad un tratto sentii un fischio. Mi sentii gelare il sangue nelle vene, mi girai e lui mi urlò “Muoviti, vagabondo!”. Quindi iniziai a giocare per bene, segnai tre gol e vincemmo cinque a zero. Da quella volta mio padre mi seguì sempre».

Fece tre gol giocando da mezzala, giusto? Fu Luigi Ferrero a Firenze che la spostò in difesa…
«A quei tempi i moduli contavano poco, seguivamo le indicazioni del mister ma non c’erano tutte le tattiche di oggi. Ferrero ebbe l’idea di farmi giocare terzino, e fu una grande intuizione. Devo molto al mister, per noi era come un padre, gli volevamo tutti molto bene.

Era una persona incredibilmente severa, se qualcuno arrivava anche un minuto in ritardo all’allenamento, lo faceva ritornare a casa. Quante volte sono andato al campo in pigiama, pur di non arrivare tardi. Però, a parte questo, era un uomo buono, giusto e dal grande cuore. Ricordo quando Cervato ed io lo invitammo a cena: salutandoci si commosse e disse “Io li ho fatti, qualcun altro se li godrà”. Parole che non dimenticherò mai».

A proposito di intuizioni, crede che Sousa faccia bene a schierare Bernardeschi sulla fascia? Secondo lei qual è il suo ruolo?
«Nel calcio di oggi è tutto un po’ più complicato, a noi non cambiava molto giocare a destra o a sinistra, l’importante era giocare e vincere. Adesso, invece, fanno storie perché hanno soltanto un piede buono o perché il mister li mette in un ruolo che non ritengono adatto. Non so qual è il ruolo di Bernardeschi, lo scorso anno giocando sulla fascia ha fatto delle cose positive. Tutto dipende da dove lo vede bene l’allenatore… certo avere soltanto un piede non lo aiuta. Il ragazzo deve crescere e migliorare molto, sotto diversi aspetti».

A proposito di Sousa, che giudizio ha del portoghese?
«Lo scorso anno la squadra, a tratti, ha giocato bene. In questa stagione, invece, abbiamo visto poco, pochissimo. Se posso essere sincero, non ho molta fiducia in lui».

Quindi crede sia lui il problema del rendimento non esaltante di quest’anno?
«No, il problema principale è che non corrono. Qualcuno mi deve spiegare come è possibile correre novanta minuti quando in allenamento è tutto un fare moine. Ai miei tempi si correva durante la settimana e poi la domenica si vedeva. Le squadre dovrebbero tornare ad allenamenti più duri».

Un giocatore che sta rendendo sotto le aspettative è Borja Valero. Cosa ne pensa?
«Lo spagnolo è il simbolo di questa Fiorentina, è il fulcro della squadra. Quest’anno sta faticando un po’ di più degli scorsi anni, è vero, però mi sembra che il suo lo faccia sempre. Ad ogni modo, è l’unico giocatore che scuso anche quando gioca meno bene. Per il momento salvo lui e pochissimi altri».

Nella Fiorentina ha giocato dal 1950 al 1958. Quali sono stati il momento più bello e quello più brutto della sua avventura viola? Credo di avere un’idea…
«La vittoria dello Scudetto è certamente il momento più bello, è indimenticabile. Fu una emozione unica, una vittoria incredibile figlia di una netta superiorità. Pensi che la Nazionale Italiana a quei tempi era composta da dieci giocatori viola. Non come adesso, che ci stupiamo di vederne tre o quattro di una squadra. Eravamo un gruppo davvero straordinario, raramente perdevamo.
Il momento più brutto, ovviamente, è quello legato alla finale di Coppa dei Campioni del 1957.

Ricordo perfettamente quella notte, giocammo alla pari del grande Real Madrid, in casa loro, di fronte a più di centomila spettatori ammutoliti. Purtroppo l’arbitro ci penalizzò fischiando un rigore per i blancos che non c’era: il mio intervento era fuori area! E quell’episodio cambiò la partita, il Real Madrid si chiuse e cercò di colpire in contropiede, trovando poi il 2-0 definitivo. E’ una cosa che ancora oggi mi fa male, mi lascia un senso di insoddisfazione, come se qualcuno ci avesse tolto una cosa che ci meritavamo. Come si dice, nella vita non si può avere tutto».

Lei è un membro attivo dell’Associazione Glorie Viola: cosa significa per lei e cosa la lega all’Associazione?
«Far parte dell’Associazione è molto importante per me, è un grande riconoscimento per gli anni trascorsi indossando la maglia della Fiorentina. Inoltre, mi dà la possibilità, accompagnato da mio nipote Edoardo, di partecipare a cene ed eventi in grado di aumentare il senso di appartenenza a questa città e a questa squadra: ci sentiamo una grande famiglia!».

Una chiacchierata durata più di un’ora, volando sull’onda dei ricordi di Ardico, un periodo di cui avremmo fatto volentieri parte perché il calcio era ancora ricco di valori e la nostra Fiorentina era (quasi) imbattibile.

 

Scritto da Giacomo Cialdi

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