La storia di Giuseppe Rossi assomiglia tanto ad una favola. È la favola di un ragazzo venuto da lontano, precisamente dall’altra parte del mondo. È una vicenda fatti di alti (indimenticabili) e bassi (troppi). È la narrazione delle mille avventure di un giramondo del pallone che, dovunque sia andato, ha lasciato un bel ricordo. È una favola della quale però, almeno momentaneamente, del lieto fine non si intravede neanche l’ombra.

Pensando alla vicenda di Giuseppe Rossi è inevitabile interrogarsi, scervellarsi o addirittura logorarsi all’idea di tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Cosa avrebbe potuto essere per Pepito, un giocatore – o meglio un campione – da 138 gol in tre campionati diversi (senza contare la breve e sfortunata parentesi con la maglia della nazionale azzurra). Cosa avrebbe potuto essere per la Fiorentina che, dopo averlo aspettato e rilanciato, non è riuscita a godersi tutto il talento dell’attaccante classe ’87. Cosa avrebbe potuto essere per tutti coloro che amano questo sport, perché di fronte alla vera classe le fedi calcistiche ed il campanilismo passano inevitabilmente in secondo piano.

Pepito Rossi ha lasciato la Fiorentina (in prestito) la scorsa estate per far ritorno in Spagna, terra in cui nella sua (forzatamente) breve carriera è riuscito a raccogliere le migliori soddisfazioni. Il rischio di ritrovarsi relegato in panchina era palpabile e da qui, fra le pressioni dell’entourage e la voglia di non ricoprire il ruolo di semplice comprimario ad appena 30 anni, la decisione di lanciarsi, in cerca di riscatto, nell’ennesima avventura.

Fra i mugugni e lo scetticismo di chi lo dava già per finito Rossi torna a lavorare, a faticare, piano piano anche a segnare, ovvero a fare le cose che gli piacciono di più ed anche quelle in cui ha sempre dimostrato di riuscire meglio. Torna Pepito e lo fa contro tutto e tutti, in particolar modo contro un destino fin troppe volte beffardo. Torna perché il talento, quello cristallino (purtroppo come le sue ginocchia), non conosce limiti, nemmeno quelli del fato.

Fato che proprio nel momento migliore, ossia dopo una splendida tripletta che sembrava aver sancito il definito ritorno del ragazzo venuto da oltre oceano, torna a colpire. A colpire duro come fa il destino… Duro come atterrare sul terreno dell’Estadio Balaídos dopo un perentorio stacco di testa. Il resto è storia di questi giorni: l’ennesimo crack, le lacrime e tutto quello che verrà in termini di operazioni, riabilitazione…

Niente di nuovo ma nemmeno niente di troppo vecchio per il ragazzo venuto dal New Jersey. E allora coraggio Pepito, perché il tuo talento va ben oltre le fatalità che il destino ti ha riservato. E poi perché tutte le favole, anche quelle che a volte da bambini ci facevano paura, hanno sempre un lieto fine…

Gianmarco Biagioni

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