Forse, negli Stati Uniti, avrebbero già cominciato a scriverne la sceneggiatura, magari trasferendo la vicenda ad un altro sport, perché quello che sta succedendo alla Fiorentina può essere senz’altro lo spunto per un racconto. Poco più di un mese fa moriva Davide Astori. Da un mese, alla Fiorentina, di cui  era capitano, qualcosa è cambiato. Lo dicono non solo i risultati positivi, ma anche le testimonianze di chi vede i calciatori viola in campo: determinati, concentrati, toccati dalla grazia.

Pioli afferma di non aver mai visto i suoi allenarsi con tanta dedizione, di aver addirittura contemplato la metamorfosi di un Saponara prima incline ad una certa apatia, ora scatenato su ogni pallone, concentrato su ogni esercizio. Spesso la spensieratezza è interrotta da momenti di silenzio in cui ognuno sembra chiudersi in sé stesso per poi ripartire tutti insieme. Il vuoto lasciato da Astori è quotidianamente riempito dall’impegno e dall’abnegazione per quella sorta di miracolo alla rovescia che avviene quando qualcuno che non se ne doveva andare se ne è andato, costringendo chi resta a onorarne la memoria nel migliore dei modi. Nel suo caso, quello di assomigliarli: nell’ equilibrio, nella concentrazione, nell’impegno, nella sobrietà.

Quasi tutti i calciatori che arrivano in alto, si sa, sono ragazzi particolari, abituati al successo economico, all’affetto dei tifosi, ad uno status particolare che li consegna ad una specie di limbo radioso. Spesso rivelano un’immaturità dettata dal fatto che relegano un più alto senso di responsabilità al proprio allenatore e che  controversie  e delusioni si limitino tutte ad un campo assai ristretto. Come se fuori da quello ci fosse solo il divertimento e la superficialità d’una vita senz’ombre: ragazzini che, spesso, non hanno conosciuto il dolore o lo hanno rimosso, nascosto sotto la coltre della distrazione e del piacere.

Sembra quasi che lo shock  per la morte improvvisa di Astori, non uno qualunque, bensì una figura dotata di carisma psicologico e morale, abbia fatto crescere, tutti insieme, i giocatori della Fiorentina. Li abbia uniti nel dolore, nella mancanza, nel ricordo. E abbia loro detto che non c’è più tempo per bizze o incertezze, per scuse o pretese da ragazzi un po’ viziati. Li  abbia, tragicamente,  tutti insieme resi consapevoli che la vita non si limita ad un rettangolo e non è solo una palla che ci rotola sopra.

Fernando Pernambuco, Calciomercato.com

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