di Paolo Lazzari 

Nel caotico mare magnum a tinte viola, dove tutti annaspano tra mulinelli velenosi, rabbia e depressione, affiora anche una profonda verità.

Che la squadra fosse questa e che non si potessero fare sfracelli, del resto, lo avevano capito tutti. Se Mourinho va in conferenza a dire “In campo ci vanno i giocatori”, lamentandosi del fatto che il suo United abbia speso “solo” 300 milioni di euro, per dire, cosa si poteva chiedere alla Fiorentina, fatte le dovute proporzioni?

Quindi, sapevamo che il motto “siamo questi” si sarebbe ripetuto come un mantra. Ma il fatto è un altro: è giusto così?

La società, da Corvino a Pioli, continua a dire: “Quest’anno eravamo consapevoli di dover gettare le basi per il prossimo”.

Ma si può chiedere una stagione “da comparsa” a Firenze e alla Fiorentina? E’ qui che risiede l’errore filosofico che manda in corto circuito tutto il ragionamento, fino a generare il caos al quale stiamo assistendo.

Perché la risposta può essere una sola: no. Firenze e la Fiorentina, per la storia che trasudano, non possono essere parcheggiate in seconda fila, in attesa che qualcuno lasci il posto. A Firenze – eppure ormai i Della Valle lo dovrebbero sapere – non si chiede di vincere ad ogni costo. Ma di provarci sì. Si chiede che i sogni, le ambizioni, le aspettative, non vengano annacquate, anestetizzate e svilite da un “progetto” che sembra arenato da una vita.

Toglieteci tutto, dunque, ma non la capacità di sperare. Ché a Firenze la squadra è una seconda pelle ed il viola è cucito addosso: per questo ogni sconfitta diventa una ferita collettiva che, oggi, sanguina vistosamente.

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