Galloppa: "Scudetto dopo 43 anni, troppo bello. Sogno di vincere un Mondiale. Kouadio? Che soddisfazione"
"Ho capito che quando sali in prima squadra il campo rischia di diventare l’ultima cosa e questo da appassionato del mio lavoro un po’ mi rattrista"
Daniele Galloppa sa bene di aver scritto il suo nome nella storia della Fiorentina, ma è anche un uomo che sa dividere i meriti perché ha in testa ben radicato il concetto di squadra. E dunque in questo scudetto Primavera che la Viola mette sul petto 43 anni dopo - tanto per dire, lui non era nemmeno nato - per Daniele la società, lo staff, i ragazzi, sono un tutt’uno. Come la sua famiglia che lo segue sempre. ecco le sue parole al Corriere dello Sport.
«La dedica? Non potrei non pensare a Joe Barone e Rocco Commisso, gli uomini che hanno creato questa meraviglia unica al mondo, che ne sono stati gli artefici. Poi la vita è talmente folle che ce li ha portati via». Dalla Gargotta - dove oggi c’è stato il pranzo della squadra con il direttore Angeloni, il tecnico e lo staff - si vedono il Viola Park e tutta Firenze: è come un respiro sul mondo e oltre. Perché ora c’è il salto. «Proveremo a fare il primo saltino, sì. È il momento, abbiamo chiuso un ciclo», dice Galloppa. Si parla di una piazza di Serie B disposta a progettare.
Non per fare classifiche, ma cosa mettiamo più in alto, la Coppa Italia o questo scudetto Primavera? «Lo scudetto, ma perché lo dice la parola, nulla vale di più. Però attenzione, la Coppa Italia è stato il primo trofeo in questa categoria per il nostro gruppo e dunque ha un fascino enorme. Però il titolo italiano 43 anni dopo, troppo bello».
Sei anni alla Fiorentina. Si è chiuso un ciclo, ci sta bene un bilancio.
«Allenare i giovani è una grandissima scuola: ripassi le basi, lavori sui fondamentali dall’appoggio dei piedi a come ti smarchi, a come difendi l’uno-due. Questa roba non va data per scontata. Io mi sono arricchito, ho studiato, ho capito che sali di categoria e cambia il modo di gestire. Allenare è insegnare, tutto questo qui ho potuto farlo al massimo livello».
Studiare significa guardare a dei modelli in particolare?
«Come si dice? Ho preso un po’ da tutti... Beh io te li nomino: Capello e la gestione dei campioni, Spalletti e la proposta di calcio, la linea difensiva di Giampaolo, che poi io faccio qualcosa di molto diverso, ma a livello di attenzione è stata preziosa. Poi la proposta finale deve essere tua. Certo, i tecnici che ispirano la mia idea di possesso e gestione li ho visti tanto: Guardiola, De Zerbi, Fabregas. Ti dico una cosa ma - ti prego - non farmi passare per presuntuoso perché non lo sono e detesto chi lo è: ho visto proporre da Fabregas una cosa che io avevo fatto tre anni fa con la Under 17. Chiaro, io non sono nessuno e lui è Fabregas, è giusto così e stop. Sono stato contento però. E poi ancora i modelli: per la gestione Ancelotti e Klopp sono i top».
È stato difficile gestire dal 4 al 6 novembre, quando di colpo qualcuno ha bussato per dire “prego Galloppa, in attesa del dopo-Pioli tocca a lei”.
«Intanto è stato talmente rapido che non ho avuto il tempo di pensare ed è stato un bene. Ho capito che quando sali in prima squadra il campo rischia di diventare l’ultima cosa e questo da appassionato del mio lavoro un po’ mi rattrista. Ma hai sotto un’azienda, è così».
Una cosa la diciamo noi: finita la tre giorni, pare sia rimasta tanta stima da parte del gruppo della prima squadra, ma tanta.
«Questo lo ho avvertito e dopo Mainz certi messaggi li ho conservati con grande piacere. Di certo non volevo apparire l’allenatore giovane e intimorito e sono andato con la faccia un po’ tosta. E loro mi hanno apprezzato».
In questo percorso di sei anni 13 esordi di ragazzi passati e saliti in prima squadra. Un altro scudetto no?
«Assolutamente sì. Si vincono i titoli ma si devono fare giocatori».
Ce ne è uno del gruppo che rappresenta una soddisfazione in più?
«Mmm, i nomi non mi piacciono. Ti dico però questo: Eddy Kouadio, che ha segnato nella partita scudetto, appena arrivato aveva una grandissima fisicità ma era tanto dietro agli altri per aspetti tecnici e tattici. Il suo è il risultato di impegno e dedizione sopra la norma».
De Rossi classe ’83, Aquilani classe ’84, Galloppa classe ’85. Tutti giovani cresciuti nella Roma, tutti allenatori. Un caso?
«E tutti centrocampisti. Mi hanno scritto in tanti dopo lo scudetto, messaggi graditi e non scontati di tecnici che ho avuto sopra, da Vanoli, ma anche Pioli e Italiano. Però due messaggi mi tengo stretti, quelli di Daniele, bellissimo, e quello di Alberto a cui avevo scritto dopo la vittoria con il Palermo. Ci sentiamo quando riusciamo».
Un sogno da allenatore?
«Te ne dico uno folle, va’: vincere un Mondiale, per quanto ci manca. Ma qualcuno lo faccia prima di me!»
Come ci salutiamo?
«Con un grazie Firenze. Quanto abbiamo pianto da ieri a oggi non lo sai. Qui bisogna saperci stare, sono esigenti, passionali. Per me è stato un privilegio».