21 Ottobre 2021 · 07:48
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È uscito il disco dell’ultima fatica di Narciso Parigi prima di lasciarci. Lorenzo Andreaggi è il suo erede artistico. Le info

La storia anche di una grande amicizia. Quella tra Narciso Parigi e Lorenzo Andreaggi.

E’ una storia vera. Un racconto da romanzo. Un passaggio di testimone. Uno spettacolo teatrale. Forse un film. Un viaggio di andata e uno di ritorno. La storia anche di una grande amicizia. Quella tra Narciso Parigi e Lorenzo Andreaggi.

Due atti in musica. Primo tempo e secondo tempo.

Da una parte le canzoni portate al successo nel mondo dal grande cantante Narciso Parigi (1927-2020), ultimo erede di una tradizione canora toscana e nazionale che parte da Carlo Buti e Odoardo Spadaro, una delle grandi voci italiane del secondo novecento e dall’altra queste stesse canzoni proiettate nel duemila e rese di nuovo attuali dalla voce, dall’estro teatrale e cinematografico del giovane Lorenzo Andreaggi, anch’egli fiorentino doc e dallo stesso Narciso Parigi nominato ufficialmente suo erede “in una grande cerimonia di pubblica investitura” come si dovrebbe ufficialmente raccontare, in quel di Palazzo Vecchio

a Firenze.

Talmente pubblica e ufficiale che questo disco vede la stessa direzione artistica di Narciso Parigi. Da lui stesso dunque fortemente voluto e seguito come un figlio con la sua presenza paterna e investitura artistica accanto a Lorenzo fino alla fine. Ultimo atto di una strabiliante carriera, dell’ultimo degli stornellatori toscani.

Narciso, nel 1944 è il cantante della radio, poi delle orchestre Rai fino ad un repertorio melodico di respiro internazionale. Nel 1955 al Festival di Sanremo in coppia con Claudio

Villa. Un palco che Parigi tornerà a calcare nel 1962 in coppia con Giorgio Consolini. Esempio altissimo di uno stile antico, sobrio, asciutto, di una perfetta tecnica e dizione.

“Se vuoi imparare l’italiano ascolta i dischi di Narciso Parigi”. Non è solo uno slogan promozionale che si usava e correva di bocca in bocca, ma una frase che da sempre ha accompagnato la sua carriera. Anche nel film che ha interpretato e nelle tournée che lo hanno visto attraversare Stati Uniti, Canada, Russia, Giappone. Oltre cinquemila i brani incisi e collaborazioni che abbracciano Dean Martin, Frank Sinatra, Mina, Irma Carlon, Nilla Pizzi, Iva Zanicchi.

E dunque una scelta di queste canzoni, molte sconosciute al mercato italiano e per la prima volta qui riproposte, sono diventate il disco Italia, America e ritorno. Che ha l’ambizione e l’intento sincero e profondo di rilanciare in Italia e anche nel mondo la canzone melodica e il canto italiano. Recuperare una grande tradizione di cui forse in Italia abbiamo perduto la

memoria. Chiamato a produrre l’opera lo storico produttore Sergio Salaorni, con la sua casa discografica e storico studio fiorentino Larione 10, che ha pensato bene di chiamare a raccolta una serie di musicisti ed artisti straordinari, riuniti nel progetto per valorizzare una storia degna di essere al meglio raccontata ed ascoltata: il pianista Stefano Bollani, i

l’orchestra “La Nuova Pippolese”, Antonio Aiazzi. Per la realizzazione dei duetti canori Irene Grandi, Donatella Alamprese, il tenore Fabio Armiliato e il trio vocale italiano “Le Signorine”. Tutti grandi artisti e amici che nel corso della loro carriera hanno condiviso la loro arte insieme ad un gigante come Narciso Parigi. La maggior parte degli arrangiamenti sono stati realizzati da Bruno

Scantamburlo che ha curato inoltre, insieme a Salaorni, la registrazione e il mixaggio.

Ma la storia va raccontata tutta. Perché tutto nasce da una letterina che Lorenzo Andreaggi scrive un giorno a Narciso Parigi. Proprio vero il detto che è l’allievo che sceglie il Maestro. Lorenzo, c’è da dire, che ha iniziato con il canto a tre anni con lo Zecchino D’oro. Nato a Bagno a Ripoli, vicino Firenze, vicino di casa di Narciso, già dall’età di dieci anni attivo nel campo dei cortometraggi (da allora ne ha realizzati più di duecento con telecamerine di tutti i tipi). Poi a sedici anni assurto a capocomico della Compagnia Giovani del Teatro Reims di Firenze. Diplomato in grafica pubblicitaria ma comunque attore nel cuore, come dimostra la parte nel film Amici Miei di Neri Parenti. Con già un romanzo alle spalle I trabocchetti del Bandino dal quale a soli 21 anni dirige la trasposizione cinematografica, suo primo lungometraggio, seguito nel 2012 dalla direzione del film Anunnaki, tratto dal libro di Zecharia Sitchin.

Nel 2016 canta per la prima volta il grande repertorio di Odoardo Spadaro nello spettacolo itinerante Canta Firenze.

Nel 2017 inizia le riprese del suo terzo lungometraggio liberamente tratto dalle Fiabe Italiane di Italo Calvino. Lavoro in via di ultimazione.

Lorenzo Andreaggi alterna da sempre la sua attività nel teatro, nel cinema e nella canzone. La sua attività di regista la mette a servizio anche delle canzoni, come in questi giorni con il videoclip del nuovo singolo di Irene Grandi, dal titolo Quel raggio nella notte, girato e diretto da Lorenzo Andreaggi nello straordinario scenario delle crete senesi.

E con l’uscita del suo disco Italia, America e ritorno, Lorenzo Andreaggi torna ancora una volta sul set con Irene Grandi per il videoclip chitarristi Saverio Lanza e Finaz ovvero Bandabardò, di Cosa sognano gli angeli, brano scelto dalla produzione e dall’artista per accompagnare l’uscita dell’album: “Per promuovere l’uscita del disco Italia, America e ritorno, abbiamo scelto la canzone Cosa sognano gli angeli – dichiara Andreaggi – che è il brano in cui canto con Irene Grandi. Insieme a lei abbiamo deciso di girare il videoclip della canzone in un teatro per ricreare l’atmosfera degli anni cinquanta. Il mio collega attore, Andrea Nannelli mi ha parlato del Teatro Dovizi di Bibbiena. Un luogo magico, una piccola bomboniera che ha reso bellissima quella giornata di riprese e ha fatto si che con Irene potesse nascere una bella intesa artistica. Nel video siamo vestiti come due clochard per non dare la solita idea di angelo con le ali, ma per dare l’impressione di due angeli scesi sulla terra e più vicini agli uomini di quanto si possa credere.”

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