24 Novembre 2020 · 16:20
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Commisso: “No alla borsa, si allo stadio come Juve e City. Ecco come porterò in alto la Fiorentina”

Rocco Commisso è un uomo entusiasta e felice. Ma anche pragmatico. «Tra due mesi ho 70 anni, credete che sia venuto qui a guardare? Voglio partecipare. Come? Vincendo. Datemi solo un po’ di tempo». Ha acquistato la Fiorentina a giugno, dopo diciassette anni di gestione Della Valle. 130 milioni il prezzo del suo ingresso nel calcio italiano. Ieri è stato ospite della redazione di Repubblica a Firenze.

Mr Commisso, partiamo dal rigore con il Napoli. Rizzoli, il designatore arbitrale, ha detto che il fallo su Mertens non c’era e che Massa e Valeri hanno sbagliato.

«Un brutto assaggio del calcio italiano. Credevo che il Var servisse a togliere ogni dubbio se c’erano delle incertezze, e sono rimasto molto sorpreso che l’arbitro non sia andato a vedere».

A parte questo come è stato accolto dal calcio italiano?

«Non sono venuto qui a fare soldi, non ne ho bisogno. Ma è chiaro che quando fai degli investimenti non ci vuoi rimettere. In Italia non c’è nessun presidente come me. Io non sono il nipote del nonno o il figlio di quello che sta in Cina. Io sono un nonno. E sono differente. Non sono straniero, sono italiano, conosco la lingua. Vediamo se mi accettano. Lo spero. Anche perché ho delle idee, ho ottimi rapporti con le banche di mezzo mondo e con tante grandi aziende. Potrei essere una risorsa per il calcio italiano».

C’è qualcosa che l’ha sorpresa?

«Sì, che i contratti sembrano non valere niente. E i procuratori hanno troppo potere. Appena un ragazzo gioca bene viene subito da me a chiedere un aumento, ma se gioca male non viene nessuno a chiedermi di ridurgli lo stipendio. Chi vuole andare via, chi mi dice che è malato e non può giocare…Guardate quello che sta succedendo con Icardi, è assurdo. Forse sarò romantico, ma vorrei che ci fossero i giocatori bandiera, come un tempo. Giocatori che vengono da noi e restano cinque, dieci anni e non che dopo tre vanno via».

Con Chiesa non ha ceduto.
«Lo avevo promesso ai tifosi».

A proposito, bella Fiorentina contro il Napoli.

«Barone e Pradè stanno lavorando bene, vogliamo riportare questa squadra in alto».

Per il momento, però, c’è molta distanza tra la Fiorentina e le grandi squadre del calcio italiano.

Come si riduce questa distanza?

«Tutta questione di incassi. La Juventus quest’anno ha fatto 450 milioni. In sette anni il valore di mercato delle loro azioni è quintuplicato. Noi dovremo fare altrettanto».

Pensa a un ingresso in Borsa della Fiorentina?

«No. Ci sono stato in Borsa, e grazie alla Borsa ho fatto quello che ho fatto, ma non ho intenzione di quotare la Fiorentina».

E quindi cosa pensa di fare?
«Intanto dobbiamo migliorare il marketing e far fruttare di più il brand. E poi dobbiamo far crescere i ricavi. Lo stadio e il centro sportivo sono asset fondamentali. Serve un impianto moderno, come hanno Juventus, Manchester City, Tottenham e tutti i più grandi club. Dobbiamo attrarre grandi investimenti. I ricavi sono importantissimi, non perché io faccio più soldi, quello non mi interessa, ma per dare un’opportunità alla squadra. Qualche giorno fa su un giornale ho letto che il monte ingaggi della Juventus è di 250 milioni, il nostro di soli 50: come posso competere?».

Favorevole al tetto agli ingaggi?

«No, negli Stati Uniti c’è e ha rovinato il calcio. Mi piace come funziona qui. In America abbiamo una politica migliore, ma il calcio è monopolio di pochi miliardari che non rischiano niente. Preferisco l’Italia. Se fai bene vai avanti, e se fai male vai giù».

E del fair play finanziario cosa pensa?

«Che va bene così. Altrimenti quelli tirano fuori i soldi dal pozzo e vincono tutto».

Quelli chi?
«Una regola ci vuole. Ho preso la Fiorentina consapevole dei rischi che avrei corso, ma anche delle opportunità che avrei avuto. E questo mi piace. I soldi li ho, non sono un problema, ma con il fair play finanziario non posso avere costi di 150 milioni con entrate di 100. Non si può fare. Vinco e poi? Dove vado? Non posso andare in Champions. È tempo perduto».

Repubblica

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