Erano le 17.03 del 4 maggio 1949 quando la corsa del Grande Torino si arrestava contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, situata sull’omonima collina. Nessuno scampò al tragico schianto del trimotore che, a causa delle proibitive condizione meteorologiche e della scarsa visibilità, non completò mai la tratta Lisbona-Torino.

Nessuno, tranne il ricordo di una squadra che, andando incontro alla morte, è stata affidata all’immortalità. Perché il Grande Torino non era solo la squadra simbolo del capoluogo torinese ma era l’emblema di un intero paese che, nella difficile ricostruzione post bellica, si riconosceva e si identificava nelle gesta dei granata la cui fama andava ben oltre i confini nazionali.

E allora è proprio nel momento in cui la corsa verso la gloria del Grande Torino si arresta, nel modo più impensabile e drammatico, che iniziano la leggenda e la gloria eterna. Ancora oggi infatti, a 67 anni di distanza, il ricordo di quella squadra, che forse è fin troppo riduttivo definire solo una squadra, è ancora vivo e si alimenta di tratti mitologici. Vivo nella mente di chi, anno dopo anno, si reca sulla collina di Superga e di fronte a “Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzol, Ossola” non può che avvertire un colpo al cuore.

Vivo negli occhi di c’era ed ha visto e sa che non è stato tutto un sogno dal quale si è svegliato troppo presto. Vivo per chi, come il giornalista e scrittore Carlo Bergoglio in arte Carlin, è ancora convinto che quella squadra fosse troppo meravigliosa per invecchiare e che forse il destino abbia voluto arrestarla al culmine della sua bellezza.

Gianmarco Biagioni

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