Atta: "Ho voluto fortemente la Fiorentina. Che personalità Grosso! Vogliamo fare bene"
"Responsabilità per i 25 milioni spesi? Me la prendo volentieri"
C'era un bambino che rompeva i vetri delle finestre giocando a pallone nel salotto di casa con un sogno da realizzare, c’è un giovane calciatore che quel sogno l’ha passato ai tifosi della Fiorentina solo col suo arrivo a Firenze nello stupore condiviso con Fabio Grosso («Ma davvero l’abbiamo preso noi?»): benvenuti nel meraviglioso mondo di Arthur Atta. Ecco le sue parole al Corriere dello Sport.
«Il pallone è entrato subito nella mia vita - racconta il centrocampista francese al fresco del chiuso al Viola Park nella pausa tra l’allenamento del mattino e quello del pomeriggio - e quanta pazienza ha avuto mia mamma con me e con mia sorella, ma lei riusciva a risolvere tutto con la sua calma e la sua tranquillità, due caratteristiche del carattere che poi mi ha trasmesso. Mentre mio padre (originario del Benin, ndc) è stato il valore aggiunto per me: mi ha aiutato quand’ero ragazzo che cominciavo e non conoscevo certe cose, lui invece sì per essere stato a sua volta un calciatore e quelle cose me le spiegava, me le faceva capire, senza mai mettermi pressione e sempre con un modo di fare positivo. La stessa positività di mia madre. Non posso che ringraziarli».
Quando ha avuto la sensazione che sarebbe diventato un calciatore “vero”?
«Nel trasferimento dal Rennes al Metz, per certi versi inatteso e improvviso: era un’altra possibilità che mi veniva concessa e allora ho capito quale sarebbe stata la mia strada».
C’è sempre il Metz nell’altro e più significativo passaggio finora, giusto?
«Il Metz e l’Udinese, per la precisione. Nell’ultimo giorno di mercato ho fatto la scelta di andare in Friuli (estate 2024, ndc) e sono molto contento di averla fatta. Perché, non per fare un raffronto che metta in negativo la mia esperienza in Francia, tutt’altro, ma qui ho imparato tanto sotto tutti gli aspetti. Palestra, corse, video, tattica: gli allenamenti sono completamente differenti, il livello si è alzato immediatamente e io sapevo di dover imparare per migliorare. È stato uno step fondamentale per la mia carriera».
Adesso Firenze: perché la Fiorentina che viene da una salvezza soffertissima e non farà le Coppe europee?
«Perché ho parlato con Paratici e Grosso e mi sono piaciute tantissimo le loro idee sulla gestione del club, sul metodo di voler costruire la squadra , sul gioco da farle fare. Non ho avuto dubbi sulla decisione da prendere: non mi sono lasciato influenzare da sensazioni o fattori esterni e ho sentito subito che sarebbe stata quella giusta».
I tifosi viola la ameranno già solo per questo. E ancora di più sapendo che c’era la Premier League sulle sue tracce.
«Ma no (sorride con quel sorriso tra il timido e l’imbarazzato che è espressione di un’educazione rara, ndc). C’era solo la Fiorentina e vorrei ringraziare ancora il presidente Commisso, sua madre Catherine, Ferrari e Goretti oltre a Paratici che mi hanno permesso di essere qui. Per me è motivo di grande orgoglio poter indossare una maglia così prestigiosa come quella della Fiorentina».
Pure responsabilità per i venticinque milioni spesi per portarla via da Udine?
«Certamente, ma me la prendo volentieri. Qui al Viola Park abbiamo tutto quello che ci serve, non abbiamo alcun alibi. Ci stiamo allenando di continuo, quindi non sono ancora riuscito a vederlo tutto anche perché è enorme, però da quello che ho visto penso sia qualcosa di straordinario. È una struttura unica e, quando parlavo del modo di gestire un club, ritengo sia davvero un’opportunità incredibile concessa anche a tutti i ragazzi e le ragazze del settore giovanile per poter crescere al meglio».
Tutto tradotto nel suo italiano che sta diventando eccellente grazie ai film che divora nella nostra lingua con i sottotitoli sempre in italiano?
«La Fiorentina è perfetta per me, l'ho voluta fortemente e adesso tutti insieme vogliamo disputare una grande stagione».
Musica sempre per le orecchie dei tifosi viola. Ma deviamo: deluso dalla sua Francia al Mondiale?
«Se uno arriva in semifinale non può essere mai una delusione. Però…».
Però?
«All’inizio pensavo: con le individualità che abbiamo, vinciamo noi. E invece ha vinto il calcio che diverte della Spagna. Che è stata più forte, che è stata squadra dal portiere al più avanzato degli attaccanti in una recita in sincrono riuscitissima. Successo meritato e complimenti a loro».
Chiuso il lunghissimo corso Deschamps, sta per iniziare quello targato Zidane.
«Sì, essere chiamato in nazionale è uno dei miei obiettivi. A proposito di Mondiali, posso dire una cosa?».
Ci mancherebbe.
«Io in campo vivo di emozioni e il destino ha voluto che adesso sia allenato da Grosso che ha vissuto quella più grande possibile per un calciatore: segnando il rigore decisivo per dare la vittoria del Mondiale al proprio Paese. Ero troppo piccolo per ricordarmi quella partita, ma quei rigori li ho visti e rivisti: che personalità e che carattere il nostro tecnico».
Siamo tornati alla Fiorentina: «Voglio aumentare i gol e gli assist», ha dichiarato il giorno della presentazione.
«Scelgo sempre i gol, ma l'importante è che vinca la Fiorentina».
Definiamo tre compagni che sta imparando a conoscere da vicino: De Gea?
«La professionalità».
Fagioli?
«La classe».
Kean?
«La fame di gol unita a tanta qualità».
Tra un mese e due giorni sarà tempo di Roma-Fiorentina, prima di campionato: ricapitolando quest’intervista?
«C’è un allenatore nuovo, ci sono calciatori nuovi e per prima cosa dobbiamo conoscerci bene, ma non abbiamo fretta: vogliamo fare una bella stagione perché siamo un gruppo che vuole fare bene».
Ah, una cosa che non ha mai detto pubblicamente e che si può raccontare perché non è un segreto?
«Ho paura dei cani. E anche dei gatti».
Rimane comunque meraviglioso il mondo di Arthur Atta