Noi del Viola club Londra vi vogliamo raccontare come seguiamo la Fiorentina dall’estero dandovi, se possibile, tre consigli per gestire i tifosi senza stadio:

Il calcio si fa in campo, anche se di questi tempi tutto cospira per allontanare il tifoso dal terreno di gioco. Eppure, fra spezzatino e tornelli, il tifoso fiorentino dimostra ogni stagione il suo proverbiale attaccamento alla squadra: a Firenze, con oltre ventimila abbonamenti, in Inghilterra rinnovando la tessera del Viola club Londra.

Si capisce, chi dal Franchi dista circa 1500 chilometri ha una scusa in più della pioggia in Maratona per non recarsi allo stadio ogni domenica. A Londra di stadi ce ne sono 22, eppure non sono quello che ci piace. Wembley ha 90mila posti e non una squadra, ci gioca solo la nazionale dei tre leoni; ma a chi di leoni ne basta uno, e meglio se di nome fa Marzocco, non resta che la televisione e qualche sciarpa viola.

Così si affronta la prima sfida della stagione 2018/19: capire a quale tv abbonarsi. Perché spiegare al barista inglese come si pronuncia DAZN, mentre spilla tre pinte di birra, non è impresa scontata. E, in ogni caso, le regole all’estero sono diverse: non per le fasce di capitano ma per le tv sì.

E allora ecco come il Viola club Londra organizza la sua attività, ecco tre ricette per affrontare tre situazioni molto concrete della nostra vita di tifosi in esilio.

 

La Fiorentina è di Firenze?

Sorprenderà, ma fra i soci del club i nati a Firenze sono in minoranza. La Maremma è ben rappresentata, poi Prato, la provincia pisana e perfino la tanto ostile Siena. Andrea è di Modena e Giorgio di San Giovanni Bianco, il paese della provincia di Bergamo che ha dato i natali al compianto Davide Astori.

Siamo parti, medi, elamiti; certo è che dall’estero i nostri piccoli campanilismi sbiadiscono e quasi viene da trattarli per quello che sono, un retaggio medievale. Come spiegare all’inglese che mi avvicina con aria canzonatoria all’indomani della sconfitta di un’italiana in Champions League che io sono più contento di lui? Difficilmente mi capirebbe.

E allora il legame con la città? Tutti noi che ci nutriamo di campanilismo per poter gridare che c’è solo Firenze? La Fiorentina appartiene a chi viene da fuori allo stesso modo di chi è nato fra le mura di Arnolfo? Non si corre il rischio di scolorirsi, come una tale squadra a strisce?

La risposta qui a Londra la si trova nell’identità. Quel concetto che non significa uguaglianza assoluta, ma piuttosto l’insieme di caratteri che rendono qualcosa unico. E allora la diversità del club, attraverso la passione per la squadra e per la città di Firenze, Antognoni, la bistecca e il congiuntivo, è ciò che rende unica la nostra Fiorentina.

Trovare una sede

Non sarà un’elegante palazzina in piazza Savonarola, del resto quella non l’ha più neanche la Fiorentina. Certo è che la sede è la prima cosa da trovare, se sei un club come il nostro. La sede è un punto di ritrovo e di aggregazione. Grazie alla sede possiamo essere rintracciati dal turista o da chi arriva a Londra per fermarsi più a lungo.

Se allora la Fiorentina si rintana nella pancia dello stadio Franchi, il Viola club Londra ha fatto il nido in una sala privata del ristorante italiano Domo94, nella zona di Camden.

Lì dove Northern Line e Overground vomitano turisti e londinesi ad ogni ora del giorno e della sera, fra murales e pinte, nel quartiere che occhieggia all’alterativo, con il grande mercato ricavato da una vecchia stalla, dove è possibile trovare in vendita cibo coreano, di fronte a scarpe di seconda mano. Il Cyberdog, definito «The shop for your rave» fa bella mostra di sé con i suoi due cyborg alti tre o quattro metri ciascuno, addossati alla parete d’ingresso. Bar e ristoranti si affacciano sul canale, concedendo aperitivi a chi riesce a conquistare un tavolo all’aperto. Camden è un crocevia e un Club deve farsi trovare.

Saper gestire l’intruso

Fiorentina-Roma è partita tosta – non vinciamo mai, mugugnano dalle prime file. La sala è compostamente piena, puoi insomma appoggiare la tua birra accanto alla seggiola, senza che a berla sia quello seduto tre file dietro. La cronaca dei primi minuti della partita del campionato scorso è brio: Veretout, gol, al nono minuto è già 1 a 1: urla e abbracci. Ma sono le urla più che il resto ad attirare l’attenzione dell’intruso. Una signora sulla cinquantina raggiunge la sala, entra dalle retrovie con circospezione. «Sarà inglese o italiana?» inizia a chiedersi Lorenzo De Feo, il presidente. Basta una buona azione della Roma per sciogliere ogni dubbio e per rivelare alla platea che la signora non solo non è un suddito di sua maestà, ma che non scomoda nemmeno la lingua di Dante, attingendo a piene mani dal lessico capitolino per accompagnare la azioni pericolose della sua squadra. Che puntualmente va in vantaggio: Gerson (ipse!). Lorenzo non è più l’unico a sentire bruciore diffuso.

C’è chi si gioca una carriera politica sul tema dell’accoglienza. Ma qui pare proprio che la signora si compiaccia nell’attraversare a nuoto lo Stige, dove i dannati tifosi viola vorrebbero piuttosto affogarla.

Qual è allora la soluzione migliore? Garantire libero accesso a chiunque, con il rischio di ritrovarsi la serpe in seno? Approntare tornello e prefiltraggio all’ingresso? La signora parla ora a telefono e ripete la cronaca della gara, a beneficio di qualcuno che con ogni probabilità si trova in Italia. Siamo a metà del secondo tempo e al suo «purtroppo la Fiorentina ha segnato» gracchiato nel cellulare, cori piccati contro i colori giallorossi si levano dall’uditorio. È forse questa la chiave: l’ospite sgradito lascia la sala con i tre punti, il club, finalmente libero, con la sua dignità intatta.

Niccolò Di Pietro – Viola club Londra 

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