Venuti: "Firenze è casa mia. Mastantuono? Sono molto curioso di vederlo alla Fiorentina"
L’ex difensore viola parla della sua ripartenza, del futuro e del nuovo talento argentino
“Mi è mancata la terra sotto i piedi, ma adesso sto bene e ho voglia di tornare a correre per onorare il sacrificio con il sudore”. L'ex difensore Viola, Lorenzo Venuti, si è raccontato in un'intervista a TMW. Il difensore, attualmente svincolato, è reduce dal grave infortunio rimediato nel dicembre 2025, quando, durante la partita tra Sampdoria e Reggiana, il suo ginocchio destro ha ceduto: lesione del legamento crociato anteriore. Un brutto imprevisto che lo ha costretto a un lungo periodo lontano dal campo, ma che Venuti ha saputo trasformare anche in un'occasione di crescita personale.
“Non posso negare che sia stata dura. Ho perso di punto in bianco tutta la mia quotidianità e riorganizzarsi, anche mentalmente, è un esercizio che prevede molta elasticità”. Durante il percorso di cura e riabilitazione ha scelto di rimanere a Firenze: “Ho scelto casa. L’ho fatto per avere il sostegno delle persone che mi vogliono bene, ma anche per distrarmi e portare un po’ la testa altrove”.
Un periodo che gli ha permesso di conoscersi maggiormente: “È stato un viaggio a tappe, ho superato tutte le fasi. All’inizio prevale un po’ di angoscia. Quando intravedi il primo bagliore, non puoi ancora avere il fisico a sostegno e c’è uno squilibrio testa-corpo che va appianato nel tempo, nutrendo lo spirito”.
Più le cose perse o quelle guadagnate? “È un bilancio aperto, una situazione che ti nutre e ti svuota. Come al solito dipende molto dalla reazione che riesci ad avere quando ti ritrovi spalle al muro. La prima cosa che capisci concretamente è quanto possano essere vicine cose che invece sei abituato a percepire lontane. Quando poi ti ci ritrovi dentro…”.
Ora, però, Venuti guarda alla ripartenza con ambizione: “Ambizione e crescita. Non può bastarmi il compitino, vorrei far parte di un progetto che sviluppi idee”.
Un percorso che potrebbe proseguire anche dopo la carriera da calciatore. Tra gli allenatori che più lo hanno influenzato c’è Roberto De Zerbi: “Il suo lavoro mi ha cambiato. Quando smetterò di giocare, e spero quindi un giorno molto lontano, inizierò ad allenare. Proprio per quella che è stata la sua influenza”.
Venuti spiega cosa lo abbia colpito maggiormente del tecnico: “La maniacalità nella continua ricerca di organizzazione e soluzioni. La credibilità, la costanza di insistere su un’idea di gioco anche di fronte alle avversità che si presentano. Si segue e si applica un’idea, la si condivide e si va avanti con quella”.
Un metodo che, secondo il difensore, permette ai calciatori di avere punti di riferimento: “Un calciatore si aggrappa alle certezze. Guardate il mio Benevento: presi singolarmente non eravamo certo dei fenomeni, eppure il collettivo ha elevato ognuno di noi”.
Venuti ha poi raccontato anche la scelta di vivere un'esperienza all'estero: “L’assillo del risultato può creare divergenze tra allenatore e società. Ma stanno arrivando altri tempi e sarà necessario per tutti iniziare a vedere il calcio anche in modo diverso. De Zerbi non si limita a dirti di fare una o l’altra cosa, ti spiega anche perché, dove e quando. Ti offre la soluzione all’imprevisto”.
Nel suo percorso c'è stato anche Vincenzo Italiano: “Un altro maestro nel preparare le partite nel minimo dettaglio. Quando vai in campo sai tutto quello che devi fare e questo ti aiuta. È come presentarsi a un appello d’esame con la coscienza pulita di chi sa di aver studiato al massimo”.
Secondo Venuti, il calcio sta cambiando e agli allenatori oggi viene richiesto qualcosa in più: “Per ogni allenatore, in passato, era sufficiente essere dei buoni gestori. Adesso non basta più, occorre conoscenza e organizzazione”.
Il difensore si è soffermato anche sul momento attraversato dal calcio italiano: “Mi piacerebbe che ogni problema si affrontasse partendo sempre dal campo, ma mi rendo conto che invece le soluzioni le si cerchi spesso a distanza dal rettangolo di gioco”.
E aggiunge: “La formazione degli allenatori è fondamentale per elevare il sistema calcio e ce lo sta spiegando la Spagna, che ai Mondiali non era forte quanto la Francia, ma ha vinto con la propria idea. E se anche avesse perso, con quei principi, che coltiva da anni, tutti i giorni, può competere ad alto livello”.
Uno sguardo anche alle nuove generazioni di calciatori, molto diverse rispetto al passato: “Ai miei tempi, quando mi allenavo in prima, mi spogliavo in qualche sgabuzzino. Oggi c’è una tutela diversa e si sentono tutti in dovere di fare immediatamente le stesse cose che magari un altro calciatore ha conquistato dopo cinque o sei anni. Io credo che all’inizio si debba pensare innanzitutto ai doveri e che ognuno debba costruirsi una strada con rispetto”.
Infine, Venuti ha parlato anche di mercato e della Fiorentina. Il giocatore che più lo incuriosisce è Franco Mastantuono: “Sono molto curioso di vedere Mastantuono a Firenze”.
Se fosse un direttore sportivo, invece, cercherebbe soprattutto calciatori duttili: “Sarei alla continua ricerca della duttilità. I ruoli diventano posizioni ed è necessario capire in breve tempo le dinamiche di una partita o di un momento”.
Tra i giocatori che più apprezza c'è Khvicha Kvaratskhelia: “A oggi è il calciatore più determinante al mondo, per quella rabbia che ha dentro quando ti attacca e allo stesso tempo per la determinazione che mette in quelle corse all’indietro di 50 metri”.
Poi Federico Valverde: “Gioca ovunque e questo dimostra grande elasticità di pensiero”.
E quando gli viene fatto notare di non aver nominato sé stesso, sorride: “Perché non posso mica peccare di superbia. Però sono pronto, questo posso dirlo”.