Tuttosport rivela: “Vlahovic voleva essere considerato un capitano dalla Juve. Si è sentito tradito”
la società non l’ha mai considerato o trattato da capitano
Per un po’ di tempo, Dusan Vlahovic, ha avuto come sfondo del suo smartphone un’immagine particolare, tanto chiara quanto esplicativa. Era il suo faccione. Il primo giorno a Torino. Che sorrideva della sorte: la Juventus l’aveva appena acquistato per circa 90 milioni (bonus inclusi) e nel suo debutto in società il valzer d’esordio si era svolto al J Museum, dove - dicono - pare abbia scattato decine di foto, emozionato. Ecco, una di queste aveva preso il sopravvento sul suo cuore, a tal punto da volerla rivedere a ogni scrollata: era un “selfie”, lui e il Pallone d’Oro di Pavel Nedved, ancora dirigente quando Dusan ha varcato per la prima volta le porte della Continassa. Che tempi, quelli. Sicuramente altri, diversissimi da questi.
Finanche davanti a un mercato che non si sbloccava, per l’una e per l’altra parte. Pure per volontà dello stesso attaccante, la cui attesa sul futuro si è colorata di molti interessamenti (Bayern, Barcellona, in Italia prima il Milan e poi il Napoli) e però di pochissima concretezza, per la quale ha ugualmente atteso il tentativo definitivo della Juventus. Avrebbe accettato anche un biennale, pur di restare. Non di non essere la pietra angolare del progetto. O di tornare in un angolo dopo appena 12 mesi, quando sarebbe ricominciata inevitabilmente la questione futuro con un anno di contratto da smaltire. Quante sfumature. Quante posizioni. In una storia in cui non ha vinto proprio nessuno. E in cui parlarsi, perciò chiarirsi, avrebbe fatto enormemente la differenza. La versione di Dusan sarà comunque l’ultimo regalo ai tifosi, ai quali sarà dedicato un messaggio (solo) quando arriverà l’ufficialità dell’addio. Nel frattempo, DV9 rispedisce al mittente le accuse di tradimento. Perché il primo a sentirsi tradito è lui: è stato leader della squadra, a bordocampo nei lunghi giorni da infortunato, ma la società non l’ha mai considerato o trattato da capitano. In fondo, sognava di vincere e di avvicinarsi a quell’immagine lì, da Pallone d’Oro. Se n’è andato in un giorno di giugno, da solo, e qualche compagno salutato su WhatsApp.
Allora era stato coccolato dall’inizio alla fine della trattativa, n’era uscito vincitore in ogni modo; stavolta ha dovuto fare i conti con la sensazione di dover raccogliere tempesta ancor prima di avere la possibilità di seminare vento. Anche nell’ultimo incontro di martedì sera, Vlahovic si era immaginato già sconfitto. Di fatto, ha ascoltato la proposta consapevole di come sarebbe andata a finire: la Juve non avrebbe mai alzato la posta, papà Milos non avrebbe invece abbassato le pretese. Lo stallo era evidente. Era giusto vedersi anche solo per rispetto dei due dirigenti che hanno cercato di portare avanti un discorso in comune, ossia Chiellini e Ottolini. Con Comolli, invece, poca connessione. Difficile persino la comunicazione. In questi mesi come negli ultimi giorni. Un altro strappo a una tela più volte rattoppata: prima da Spalletti in persona, poi dalle necessità della Juventus, che tra David e Openda non è riuscita ad andare oltre il nove, l’unica punta della rosa (anche quest’anno, anche con troppi infortuni) a raggiungere la doppia cifra di gol a fine anno. Un dato oggettivo, da cui l’entourage del serbo è persino partito nei confronti finali. Il fine: tenere alte le richieste. Lo scrive Tuttosport