di Paolo Lazzari

Stefano Pioli oggi come ieri sera, resta giustamente l’uomo copertina dopo l’impresa di Napoli. Perché magari sì, starsene qui a festeggiare per un pareggio è un atteggiamento da provinciali, ma a volte va benissimo così. Chiunque, un mese fa, avrebbe fatto carte false per assicurarsi un risultato del genere. Un qualcosa che non è venuto dal nulla, certo. Il momento più traballante vissuto dai ragazzi di Sarri che impatta con la fiducia che tappezza casa viola, sì. Ma non solo questo.

I meriti se li prende – giustamente – Pioli, perché con quella tattica un po’ retrò, per certi versi italianissima nel suo disporre le marcature a uomo, la squadra corta e col baricentro basso, i contropiede e le chiusure a ventaglio – col 4-3-3 pronto a traslare sovente in 4-5-1 in fase difensiva – è riuscito ad imbrigliare la grande bellezza del calcio Sarrista. Elogio del Piolismo, dunque. Di chi ha capito che non c’era proprio niente di male a scegliere la strategia in luogo del coraggio nudo e crudo, quello che spesso lascia lividi che non si assorbono. Di chi ha ingolfato il motore partenopeo, incollando Thereau su Jorginho. Di chi ha tolto il buffet sotto al naso di Mertens, francobollandogli quello sfrontato tutto tempismo e piazzamento di Pezzella. Il calcio anni ’90 riesumato per l’occasione. Per fare lo sberleffo al neo TikiTaka napoletano.

Così, per un giorno, la favola si intride di una finale diverso. Il brutto (ma la Fiorentina, nel primo tempo, ha giocato a calcio più del Napoli) che soffia la reginetta del ballo al bellone di turno. Il lupo che fa strage dei tre porcellini. Il principe della bella addormentata bloccato nel traffico ad una mezz’oretta abbondante da Fuorigrotta. Ed il pragmatismo del Piolismo – la religione della concretezza – che sfreccia sulla corsia di emergenza sfoggiando il dito medio al calcio tutto paillettes e lustrini del Sarrismo. Per una volta, signori, va così.

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