Pioli: "Mi piace molto Atta, pensavo andasse in Inghilterra o in una big, non alla Fiorentina"
Sul più forte che ha mai allenato: "Miro Klose, fortissimo. E Giroud, un campione sia tecnico sia morale. A differenza di Zlatan che è grintoso, incazzato..."
Stefano, cosa ti è rimasto dello scudetto del Milan?
«Tanto. È stato l’apoteosi del nostro percorso, mi ha lasciato soprattutto dei rapporti bellissimi con i giocatori. Li ho sentiti anche l’altro giorno, mi hanno fatto gli auguri per il compleanno. È stata un’esperienza veramente piena di emozioni, gratificazioni, ma anche di alti e bassi, quello di Milanello è un ambiente veramente particolare. Il sostegno di Ricky (Massara, nda) e Paolo è stato fondamentale».
Quando hai capito che ce l’avreste fatta?
«Quando abbiamo vinto a Roma con la Lazio, l’energia che mettevamo in campo, sprigionavamo qualcosa di potente, a Milanello pensammo che poteva essere davvero la nostra stagione».
Ibra che ruolo ha avuto?
«Abbiamo cominciato a puntare al titolo a gennaio quando sono arrivati Zlatan e Kjaer, due leader completamente diversi. Zlatan d’impatto, un leader caratteriale, fisico, che ha cambiato l’atteggiamento della squadra, la più giovane a vincere lo scudetto, quindi non abituata a lavorare con quell’obiettivo. Ha alzato il livello dell’allenamento, dell’attenzione, ha dato una mentalità. Simon un leader silenzioso, uno che andava a parlare coi giocatori singolarmente. Il lavoro di un allenatore è facilitato dalla presenza di giocatori così, è più semplice vincere se hai personalità del genere».
Nel periodo arabo hai lavorato con Cristiano.
«Una bella esperienza. Se non hai avuto a che fare con Cristiano non ti rendi conto di quanto sia grande. È molto rispettoso, ha l’ossessione di restare il campione incredibile che è. Diciamo che l’ho allenato, ma soprattutto accompagnato nella sua gestione del Cristiano quarantenne. Le sue 24 ore sono tutte in funzione della prestazione finale: si sveglia alle 6 e 30, fa colazione, fisioterapia, forza, attenzione a tutto. Una macchina da guerra. Si allena tanto, ha dei metodi suoi, non puoi togliergli il lavoro sulla forza. A livello fisico fa cose che ad altri non potrebbero riuscire. Sa ancora strappare, ha un salto che gli permette di restare in cielo dieci secondi più di chiunque altro».
Per quanto allenerai ancora?
«Per qualche anno. Ho sempre ripetuto che fino a 70 starò in campo. Poi si vedrà».
Hai già fatto parecchie esperienze, Bologna, Lazio, Inter, Fiorentina, Milan, giocato nella Juventus. Non temi che il campo delle opzioni si sia ristretto?
«Prendo in considerazione anche l’estero, però mi piacerebbe restare in Italia. Vorrei dimostrare qualcosa qui. Ho ricevuto tante offerte da fuori, ma non da Spagna, Inghilterra e Francia. In Italia qualcosina ma non di così forte».
C’è un giocatore della Fiorentina che ti piace particolarmente?
«Atta mi piace molto, ora sta giocando poco. Pensavo che dall’Udinese potesse andare in Inghilterra o in una big, con tutto il rispetto per la Fiorentina. Non so, Milan, Inter. È una mezzala d’inserimento, come giocava all’Udinese. Sul centrosinistra, rientra e ha un bel tiro».
Il più forte che hai allenato?
«Miro Klose, fortissimo. E Giroud, un campione sia tecnico sia morale, Olli abbina le due cose. Fa gruppo, clima. A differenza di Zlatan che è grintoso, incazzato, divisivo, Olli trasmette una serenità assoluta e che professionista poi... Sempre a 100 all’ora, con qualsiasi acciacco, e ne aveva tanti. Zlatan, certo, di un’intelligenza sopra la media, chiaramente a livello calcistico. C’è lo Zlatan pubblico, il personaggio, e quello nello spogliatoio. Ricordo che quando arrivò da noi, si presentò a Milanello alle 7 di sera, eravamo io e lui, aveva male a un ginocchio, come sempre. Ci vedemmo nel mio ufficio, mi guardò negli occhi e disse: “Tu allenatore, io giocatore, io rispetto te, tu parla chiaro con me e io sarò sempre dalla tua parte”. Così è stato. Una sola volta abbiamo avuto un diverbio, colpa mia, che non gli avevo parlato».
Lo scrive stamattina in edicola il Corriere dello Sport