Malagò chiaro: "Da parte di tutti ci deve essere una disponibilità a cambiare. Serie A il motore del sistema"
Le parole di Malagò dopo le elezioni federali, che segnano l'inizio del nuovo corso per la federcalcio. Adesso servono le riforme.
L a tempesta che ha travolto il calcio italiano ieri s’è affacciata su Roma e ha provato a fare uno scherzetto persino a Giovanni Malagò, il manager con lo stellone del vincente che ha conquistato il calcio. Non sarà «un Papa nero», la metafora dalla quale il nuovo presidente della Figc intende sfuggire essendosi definito «un figlio del calcio, non uno arrivato da fuori», ma le componenti lo hanno comunque tirato giù dal “monte Olimpo” del Cio per chiedergli di salvare il nostro pallone dopo tre mancate qualificazioni ai Mondiali. Tuoni e lampi lo hanno accompagnato all’uscita dall’hotel Cavalieri di Roma, dopo cinque ore serratissime di assemblea, procedure di voto, strette di mano e parole. Ma da quel cielo plumbeo, alla fine, è scesa giusto qualche goccia prima che il sole tornasse a fare capolino, quasi a voler bagnare appena l’uomo in grado di compattare in due mesi il professionismo e le componenti tecniche, talmente abile da indebolire pure il 34% dal quale partiva lo sfidante Abete.
IMPEGNO. Malagò succede così a Gravina, il dirigente ferito ma salutato con una standing ovation emozionante, «che con l’unanimità non è riuscito a portare avanti le riforme». E lo fa con una vittoria schiacciante: la contesa è terminata 68,58% a 29,17%. Il restante 2,25% ha lasciato scheda bianca (Lotito, Stirpe, più un delegato dei calciatori). La nuova guida del movimento avrà due anni e mezzo di tempo per dare una sterzata. «È un mandato breve - ammette - ma il governo a cui dobbiamo rivolgerci avrà più fretta di noi visto che tra un anno si voterà». Già, la politica: il terzo incomodo di questa tornata elettorale, quella che prima gli ha impedito di ottenere la proroga da presidente Coni e poi ha tentato la carta del “pantouflage”, cioè del divieto di porte girevoli, per renderlo ineleggibile alla Figc, un’idea che l’Anac ha spazzato via a tre giorni dal voto. «Sì, ma la politica cos’è? La maggioranza? L’opposizione? Nel governo c’è chi tifava per me. Sono il dirigente sportivo che ha di gran lunga i rapporti migliori con la politica», la rivendicazione di Malagò. E il ministro Abodi? «Mi ha già chiamato». Giovedì si incontreranno: sarà un vertice tra due vecchi amici che hanno prima di tutto bisogno di chiarirsi.
Resta l’urgenza di procedere in fretta, partendo dall’eredità Gravina - una Figc in salute, forte dal punto di vista commerciale e progettuale, in grado di creare un’ottima filiera giovanile - ma cambiando passo sulle riforme. «Le mie tre priorità sono compattare la squadra, impostare il discorso tecnico e ripristinare quello con le istituzioni», ha detto. Tradotto: fare in modo che i veti incrociati delle leghe non siano un’ostacolo alla rinascita dei vivai, alla riforma dei campionati, alle misure di sostenibilità e alla rivoluzione dell’impiantistica, ma anche ricreare una Nazionale forte tramite un ct vincente («Mancini? Non ho parlato con nessuno») e dimostrarsi convincente nei palazzi che contano affinché il calcio riceva sostegno tra tax credit, fiscalità agevolata e betting. «Da solo non posso fare niente, con voi tutto. Ora facciamo grande l’Italia», sono state le prime parole di Malagò da capo della Figc.
TEMI. «Il mio è stato un atto d’amore, una lucida follia. Però da parte di tutti ci deve essere una disponibilità a cambiare», ha proseguito, rivolgendosi anche ai suoi grandi elettori, su tutti Marotta (Serie A) e Calcagno (Assocalciatori), che si sono goduti la conferenza stampa coi giornalisti da uditori in sala. Alla Serie A non ha risparmiato qualche tirata d’orecchie; la carezza riservata alla componente che lo ha candidato, però, vale oro: «Per anni ha subito ingiustamente le scelte di altri, è il motore del sistema». Il nuovo presidente ha sollevato anche altre questioni. Come l’autonomia dello sport: «La difenderò sempre e sono fiero di aver sempre resistito alle lusinghe della politica. Dico che non si possono accettare dei provvedimenti calati dall’alto, come l’1% della mutualità tolto alla Figc»,. Tra le idee accennate quella del «modello tedesco» per i centri federali e lo «ius soli sportivo», anche alla luce del fatto che il 40% dei calciatori al Mondiale sono nati in Paesi differenti da quello per cui giocano. Come Carraro, Malagò potrà infine aggiungere la Figc al proprio curriculum dopo i mandati al Coni. «È un onore immenso, ma vi prego non chiamatemi poltronissimo», ha scherzato. Malagò era in vena di battute anche su Lotito, tra i pochi a non votarlo: «La Reggina? Con me è stato generoso, non mi ha voluto lasciare solo con la multiproprietà Napoli-Bari e ha dato un contributo alla causa».
Lo riporta stamattina in edicola il Corriere dello Sport