Gonzalo: "La finale con il Napoli il rimpianto più grande ma la nostra vittoria era il nostro gioco"
Gonzalo Rodriguez ha parlato ai canali ufficiali della Fiorentina, queste le sue parole
Gonzalo Rodriguez è stato ospite della Fiorentina nel Podcast "Un secolo Viola", queste le sue parole su i suoi trascorsi viola:
L'emozione del Centenario "È una gioia immensa. Ritrovarmi in mezzo ai campioni visti alla festa, sentirmi ancora parte integrante di questa squadra e di Firenze è motivo di grande orgoglio. Rivedere gli ex compagni e respirare l'atmosfera dei tifosi fuori dallo stadio regala sensazioni incancellabili."L'approdo a Firenze nell'estate 2012 "All'epoca i fari erano tutti puntati su Borja Valero, io ero considerato un po' un comprimario. Venivo da un periodo senza squadra e la Fiorentina ha deciso di scommettere su di me. Partire da perfetti sconosciuti e arrivare a ricevere un affetto così viscerale era onestamente fuori da ogni mia previsione."L'impatto con la prima squadra di Montella "Trovammo l'alchimia in un lampo, nonostante ci fossero quindici volti nuovi e lo scetticismo legato all'annata precedente. I dubbi iniziali svanirono già all'esordio contro l'Udinese: guardando i miei compagni mi resi conto che avevamo costruito uno squadrone. In un contesto del genere, anche il mio compito in campo diventava nettamente più semplice."L'aneddoto post-partita "Eravamo senza macchina, alloggiavamo in hotel io e Borja. Usciti dal Franchi non ci calcolò praticamente nessuno. Fortunatamente incrociammo Lezzerini che ci aiutò a chiamare un taxi, altrimenti saremmo rimasti a piedi. Ripensarci oggi fa sorridere: dopo tutto questo tempo, la gente si ricorda ancora di noi."Il calcio spettacolo e la Champions sfiorata "Un po' di amarezza per la Champions resta, con quella rosa potevamo puntare in altissimo. Tuttavia, considerando che eravamo un cantiere aperto, centrare il quarto posto esprimendo un calcio di quel livello fu meraviglioso. La nostra più grande vittoria era il modo in cui stavamo in campo: indipendentemente dal risultato, avevamo un'identità precisa e facevamo divertire il pubblico."Il ruolo da regista difensivo "Fu una vera e propria intuizione di Pradè e Macìa. Ci portarono via dal Villarreal perché conoscevano alla perfezione la connessione tra me e Borja: io uscivo palla al piede e lui sapeva sempre dove farsi trovare. L'arrivo di Pizarro, poi, ha semplificato tutto. Avevamo una spina dorsale costruita appositamente per dominare il palleggio."La qualità del centrocampo (Pizarro, Aquilani, Valero...) "Erano tutti interpreti con il culto del bel gioco. C'era un tasso tecnico e di talento impressionante in quella rosa. Avevamo recepito fin da subito quale dovesse essere il nostro DNA in campo, per questo le geometrie ci riuscivano con tanta naturalezza."L'apoteosi: il 4-2 alla Juventus "Una gara surreale. Rientrare negli spogliatoi sotto di due gol, contro una Juve stellare, e poi ribaltarla con quella ferocia nella ripresa è stato qualcosa di epico. A Firenze la richiesta per strada è sempre una: battere i bianconeri. Riuscirci in quel modo ha scatenato un'euforia collettiva indescrivibile."La ferita della Coppa Italia "La finale col Napoli è senza dubbio la cicatrice più dolorosa. Eravamo a un passo da un trofeo che tutto l'ambiente voleva a tutti i costi. Andare sotto 2-0, sfiorare la clamorosa rimonta... mandare giù quel boccone fu durissimo. Quel gruppo avrebbe strameritato di alzare una coppa."La cavalcata in Europa League "Incontrammo corazzate vere. Sulla carta eravamo forse considerati un gradino sotto, ma noi volevamo confrontarci con quelle realtà. Il Tottenham aveva un budget enorme, noi eravamo più umili ma calcisticamente organizzati. Abbiamo eliminato la Roma, poi il sogno si è infranto sul muro del Siviglia."Il talento più puro: Giuseppe Rossi "Faccio sempre un solo nome: Pepito Rossi. Lo conoscevo già dai tempi di Vila-real. Poi a Firenze ho giocato con gente del calibro di Salah e Borja, ma il talento puro che ho visto in Giuseppe non l'ho riscontrato in nessun altro giocatore."Il segreto del gruppo "Un'armonia straordinaria. Nel calcio i gruppetti si creano sempre, ma noi avevamo trovato un punto di equilibrio perfetto. C'era il blocco degli spagnoli, quello degli italiani, eppure la sinergia era totale. Vincere aiuta a cementare lo spogliatoio, ma alla base c'erano uomini di grande spessore."Il momento dell'addio "L'affetto ricevuto al momento dei saluti è il ricordo più forte. Lasciare Firenze fa un male tremendo, è dura. Ero arrivato da svincolato, pur avendo già giocato la Champions in Spagna, perché qui se non dimostri sul campo la gente non ti regala nulla. Dopo, però, quell'amore te lo riversano addosso."Il legame viscerale con la piazza "Sono passionali, vivono il calcio un po' come noi argentini. L'amore non te lo mostrano solo la domenica, te lo fanno sentire sempre. Io abitavo in città, andavo a fare la spesa ed ero circondato d'affetto. E se un calciatore sta bene nella sua vita quotidiana fuori dal campo, sul rettangolo verde dà il doppio."