Corvino: “Vlahović è un campione nel suo ruolo, ogni squadra importante avrebbe bisogno di lui”
L’ex direttore sportivo della Fiorentina si racconta tra carriera, sistema calcio e giovani talenti, soffermandosi anche sull’attaccante serbo.
Pantaleo Corvino torna a parlare dopo il suo addio al Lecce e lo fa in una lunga intervista esclusiva concessa a FirenzeViola, ripercorrendo il suo recente passato, la propria idea di calcio e alcune delle questioni più attuali del sistema italiano. L’ex direttore sportivo della ACF Fiorentina e del US Lecce si muove tra memoria personale, analisi strutturale e qualche riflessione sul presente, senza rinunciare al suo linguaggio diretto.
“Se mi manca il campo? No, non è passato neanche un mese quindi siamo ancora... tossici, contaminati al massimo dopo sei anni veramente a pieno regime e piene energie per cercare prima di arrivare dalla B alla A e poi di permettere di disputare il quinto anno di Serie A, con uno scudetto anche Primavera. Tutti questi risultati sono stati raggiunti in una situazione in cui il risultato economico è importante quanto quello tecnico. Non è facile, perché c'era pure, attraverso la patrimonializzazione, da tenere un club in sostenibilità, per farlo durare nel tempo, peraltro con un monte di ingaggi ben preciso con cui devi cercare di arrivare poi all'obiettivo principale. Patrimonializzare è stato un esercizio difficile, veramente, che mi ha impegnato molto, ci ha impegnato tutti, e quindi è giusto che adesso io ritrovi un po' di energie per poi ripartire”.
Corvino insiste molto sul tema della gestione sostenibile e sulla difficoltà di costruire risultati sportivi in equilibrio con quelli economici, leggendo la sua ultima esperienza come un percorso complesso ma strutturato.
Poi il discorso si sposta inevitabilmente sul rapporto con il calcio e sull’eventuale futuro: “Spesso una salvezza può essere come uno scudetto. Il piacere e la passione ci sono sempre. Però è giusto riposarsi dopo 50 anni fatti tutti di fila dalla terza categoria alla Champions League e adesso dopo questi altri sei anni da scudetto. Sì perché forse la salvezza può essere uno scudetto. E' stata dura e adesso, ripeto, un po' di tempo per ricaricarmi serve. E poi se ci sarà qualcosa di interessante e importante andremo di nuovo a correre”.
Non manca un passaggio sul sistema calcio italiano e sulle dinamiche federali, in un’analisi che va oltre il campo: “Su questo mi sono già espresso anche in maniera forte. Non su Malagò, ma su questa situazione. Il cambio del Presidente federale era già avvenuto a seguito dell'eliminazione dell'Italia dai Mondiali. Ho sempre detto, e ne sono convinto, che in Italia non è che mancano i dirigenti. Non mancano gli allenatori, non mancano i direttori, non mancano i preparatori: in Italia credo che ci sia il meglio. Credo che tutto sia da addebitare ad un sistema che ormai è obsoleto, vecchio, è un sistema che va cambiato. Una volta cambiato questo, ritengo che anche i Presidenti federali avranno di che lavorare: adesso mi sembra che siano troppo ingessati da un sistema che, come ho detto, è obsoleto”.
E ancora, rincarando la dose sul tema strutturale: “E’ vero che mancano le potenzialità che c'erano una volta, mancano le strutture, ma queste non c'erano neanche quando si vincevano i mondiali. Credo che il punto sia questo: se si trova la svolta, alla luce della qualità dei dirigenti che ci sono, dei preparatori, allenatori, direttori, tutto andrà a migliorarsi. C'è un sistema, ripeto, che non permette a queste potenzialità che diventino qualità importanti nelle nazionali. Aggiungo che non si può fare una partita decisiva ai fini della qualificazione mondiale con un sistema che consente che i club mandino i loro calciatori soltanto due o tre giorni prima”.
La parte più narrativa dell’intervista arriva quando Corvino racconta la genesi del murales a lui dedicato, diventato quasi una sintesi visiva della sua carriera da talent scout: “Sì, solo attaccanti. E' stato un graffitista da street, che devo dire è tra i più importanti in Italia, a volermi regalare questa opera e lo ringrazio. 'Voglio fare un murales, mi disse, alla luce di quella metafora di Conte di tre anni fa quando allenava il Tottenham'. Antonio ha citato una mia frase, 'è meglio sbagliare la moglie che l'attaccante'. E questo artista mi disse: “Voglio fare un murales disegnando tutti gli attaccanti che tu hai avuto nella tua storia professionistica'. E quindi partendo da Casarano con Miccoli e Francioso, da Lecce con Lucarelli, Pellè, Bojinov, Chevanton, Vucinic, fino alla Fiorentina con Toni, Mutu, Osvaldo, Seferovic, Jovetic, Ljajic, Vieri, Simeone, Vlahovic e Gilardino fino a Destro al Bologna”.
Infine, uno sguardo al presente e a uno dei nomi più discussi degli ultimi anni, Dušan Vlahović: “Se mi aspettavo tutto questo? No, no, Vlahovic è un campione nel suo ruolo, visto la carenza che c'è anche nelle prime punte: Viahovic pur essendo ancora un giovane, ha 26 anni ed è un giovane come attaccante, è un calciatore che risponde sempre, ha voglia di migliorarsi. A Firenze ricordo che quando andavano via tutti dal campo lui rimaneva per fare muro e cercare di progredire. E' un calciatore di cui credo ogni squadra importante avrebbe bisogno".
Un’intervista che restituisce il profilo di un dirigente che continua a leggere il calcio attraverso la lente dell’equilibrio tra campo, sostenibilità e sistema, senza mai separare del tutto risultati e visione strutturale.