Corriere dello Sport: "Oggi le elezioni federali. Malagò è in netto vantaggio sulla candidatura di Abete"
Il prossimo presidente federale sarà uno di questi due nomi, ma le preferenze (sulla carta) per Giovanni Malagò sono superiori.
So no trascorsi 504 giorni dalla mattina in cui il calcio italiano ha mandato in frantumi l’occasione forse irripetibile di invertire la rotta del suo declino. C’erano le condizioni per attuare una riforma, dopo le elezioni del 3 febbraio del 2025, con un progetto che almeno per una volta tenesse insieme tutti, dalla Serie A ai dilettanti, dando forza alle richieste economiche del vertice e assecondando il bisogno d’ossigeno della base, senza la quale la piramide del pallone non starebbe in piedi. Nello stesso hotel sulla collina romana di Monte Mario che oggi incoronerà con tutta probabilità Giovanni Malagò, il Cavalieri, Gravina un anno e mezzo fa riuscì nell’impresa di essere confermato in Figc con il 98,7% dei voti. Quella compattezza totale, alla quale lavorò con una fine azione diplomatica, ha finito però per rivoltarsi contro di lui: fu disarmante, ma anche disarmata tra veti incrociati, interessi individuali troppo forti, ostacoli della politica e una Nazionale lasciata troppo sola. Il mix di tutto ciò ha avuto la conseguenza di mandare in fumo qualcosa come 17 bozze di format dei campionati, mentre la filiera dei giovani continuava a dare soddisfazioni, la federazione brillava per progettualità sociale e salute economica e la strada della sostenibilità per mettere in sicurezza il sistema cominciava a dare dei frutti. La presidenza Gravina, oltre a un piano industriale, tra le tante iniziative ha portato a casa gli Europei del 2032. Alla fine è stato un risultato di campo, il ko in Bosnia, a far crollare il castello. «Spesso mi sono sentito un bersaglio del governo, mi sono dimesso perché non potevo continuare questo braccio di ferro per difendere una posizione personale», le recenti parole di Gravina al nostro giornale.
CONFINE. Queste le premesse con cui si arriva al voto odierno, che metterà a disposizione un mandato breve: il futuro presidente avrà poco più di due anni per dare una sterzata, visto che nel 2028, dopo gli Europei e le Olimpiadi, si tornerà al voto. Premessa: forse non c’è mai stata una competizione elettorale più leale di questa: Malagò non ha giocato sulla longevità di Abete e quest’ultimo non ha mai approfittato della spada di Damocle del divieto di “porte girevoli” sulla testa dell’altro, un fatto che l’Anac nei giorni scorsi ha risolto a favore dell’ex presidente del Coni, confermando la sua eleggibilità. Mai un attacco personale: ognuno ha tirato dritto per la propria strada.
Malagò si è dato forse più da fare dal punto di vista dei contatti, coinvolgendo dal presidente più ricco della Serie A al delegato meno influente dei dilettanti. Abete ha giocato un’altra gara, in alcuni casi fatta anche di principi poco impattanti mediaticamente (il confronto tra componenti, il peso dei dilettanti), presentandosi alle urne con il rischio concreto di perdere ma con l’idea di non lasciare campo libero alla Serie A. Eppure ogni voto conta, come ha imparato Malagò per la prima volta nel 2013, quando strappò la presidenza del Coni al favorito Pagnozzi. Stavolta, comunque, il colpo di scena sembra improbabile. Sul carro di Malagò ci sono 19 club su 20 della Serie A - Lotito non ne ha mai fatto una questione personale: lui voleva commissariare più che individuare un candidato -, tutta la B, l’Assoallenatori e il blocco dei calciatori. Con Serie A e AIC come colonne portanti, la candidatura del dirigente romano è stata blindata già a fine aprile; a queste due componenti probabilmente affiderà dunque le vicepresidenze. Abete è stato presentato dalla sua LND, ma senza il sostegno della Lombardia. Quindi il 34% di partenza verrà eroso. E c’è chi è pronto a scommettere che Malagò qualche altro sponsor da quelle parti lo avrà.
Abete può comunque rosicchiare qualcosa tra gli allenatori, mentre la Lega Pro resta l’ago della bilancia. La vera partita si gioca proprio in terza serie. Per evitare di spaccare una componente che tira in due direzioni - le società di vertice da un lato, le piccole dall’altro -, il presidente Marani è l’unico rimasto neutrale. «Votate liberi», ha detto ai suoi. I pronostici danno Malagò vicino al 70% ed è proprio questa la soglia che determinerà il confine tra un trionfo e un successo più moderato, quello che permetterebbe ad Abete di uscirne comunque bene. Al contrario, se il capo dei dilettanti chiudesse sotto al 20%, qualcuno potrebbe anche sollevare delle questioni sulla tenuta della componente. In qualsiasi caso, a giochi fatti tornerà di moda una vecchia questione politica: si conta di più stando nelle retrovie della maggioranza o guidando il fronte dell’opposizione? Per alcuni la risposta è scontata.
Lo riporta stamattina in edicola il Corriere dello Sport