Clamoroso in FIGC: In caso di commissariamento il commissario potrebbe essere proprio Malagò
MAlagò potrebbe prima essere deposto e poi essere nominato commissario, situazione paradossale
Il commissariamento della FederCalcio non è più un’eventualità remota, lo spauracchio agitato dai nemici di Malagò: adesso è uno scenario concreto. Lo ha chiarito definitivamente, semmai ce ne fosse bisogno, il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, che dopo l’ultima giunta dove si è affrontata la questione, pur se non ancora ufficialmente, ha parlato di “violazioni accertate” e “principi fondamentali violati”, spiegando che “il Coni è un ente pubblico che vigila sulle Federazioni e dovrà fare il suo dovere”. Tradotto: un provvedimento è inevitabile.La questione ormai è nota. Malagò non era tesserato per la Figc al momento della sua candidatura e questo, come ribadito dalla Procura dello Sport, è un requisito obbligatorio per ricoprire qualsiasi carica. Si tratta quasi di un cavillo, però il tesseramento è anche uno dei principi fondamentali su cui si regge l’intero ordinamento sportivo; difficile far finta di nulla. Servirà però un po’ di tempo per dirimere la vicenda. Il n.1 del Coni vuole muoversi con cautela e ha chiesto ulteriori pareri giuridici a professionisti di chiara fama per orientare e suffragare le decisioni della giunta. Potrebbe essere interpellato anche il Collegio di garanzia, e questa sarebbe forse la soluzione più intelligente, considerando che qualsiasi ricorso finirebbe lì (tanto vale acquisirne prima il parere, così da sterilizzare il contenzioso, almeno per la metà sportiva, poi resterebbe ovviamente la giustizia amministrativa, Tar e Consiglio di Stato). Malagò però non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Anzi. Ecco la sua ultima idea, emersa dal confronto nelle ultime ore con i fedelissimi: se commissariamento dev’essere, allora farlo proprio lui il commissario.
Già il fatto che si parli di quest’ipotesi è significativo: vuol dire implicitamente che anche il diretto interessato sta cominciando ad entrare nell’ottica che una conseguenza per quanto accaduto è inevitabile. Fin qui la Figc (attraverso il procuratore Chiné) ha sempre sostenuto l’insostenibile tesi che il tesseramento non fosse un requisito obbligatorio. D’altra parte, sarebbe un modo per mantenere la poltrona: non lasciare la Federazione, gestire in prima persona la fase di transizione che porterà alle urne dopo l’aggiustamento dello statuto (che dovrà essere adeguato per far sì che non ci sia più incertezza delle regole e un caso del genere non si ripeta più in futuro), e quindi farsi rieleggere.
Tecnicamente è possibile: la giunta può nominare chi vuole come commissario, anche il presidente decaduto. In questo caso giustificabile dal fatto che non ci sono stati brogli, Malagò non è stato sfiduciato e non c’è nulla che infici la legittimità politica della sua elezione che non è contestabile, semplicemente si tratta di un vizio formale da sanare. E volendo potrebbe anche farlo il diretto interessato, visto che non è responsabile di alcun illecito disciplinare. Però è evidente che pulsione esterne (la politica) ma anche interne allo stesso mondo del calcio spingano in un’altra direzione.
Quel cavillo può essere l’occasione per liberarsi di Malagò, e un auto-commissariamento non andrebbe certo in tal senso. Perché una cosa è certa: dopo soli tre mesi di governo, il consenso di Malagò è già intaccato, e se dovesse ritornare alle urne, la rielezione con la stessa maggioranza (a giugno fu quasi del 70%) non sarebbe affatto scontata. Lo scrive Il Fatto Quotidiano