“Sono realista, se parliamo di Champions, io rispondo che sulla carta non è nelle nostre possibilità. Poi chissà, siamo comunque in crescita”.

Come Paulo Sousa prima di lui, anche Davide Astori questa mattina al “Corriere Fiorentino” si è detto realista, un vocabolo che ormai va molto di moda tra chi lavora con la Fiorentina.

La risposta del difensore gigliato non può che essere apprezzata per la sua sincerità, come anche lo stesso Astori è un professionista meritevole di elogio per dedizione e spirito di sacrificio.

Tuttavia, questa volta, il giocatore poteva evitare di ribadire che la Champions non è nelle corde della Fiorentina, soprattutto adesso, dopo appena 11 partite di campionato.

Come è possibile solamente pensare che la squadra possa rialzare la testa e riprendere la corsa verso le zone alte della classifica, se uno dei leader a novembre già dichiara che le prime tre posizioni in classifica non sono raggiungibili?

Realismo, possibilità, sentir dire da un tifoso parole del genere può anche essere normale, ma se a pronunciarle è un giocatore o un allenatore, la questione allora è ben diversa e assai più preoccupante.

La Fiorentina, infatti, ha bisogno di sogni, di investimenti, di persone che credano nel futuro e che si adoperino per mettere a disposizione i mezzi adeguati per cercare, quantomeno, di avvicinarsi agli obiettivi più prestigiosi.

Così, alla costruzione progressiva di un progetto tecnico degno di questo nome, si risponde con i buchi di bilancio, alla richiesta di giocatori validi, si chiede di essere realisti e ai sogni si antepongono freddi calcoli.

E il tifoso? Il tifoso deve essere realista o sognatore? Ma soprattutto, se ai tifosi viene tolto il sogno, lo stadio sarebbe capace di sostenere adeguatamente la squadra ogni settimana? Domande a cui non riusciamo a rispondere, così come non riusciamo a dare un giudizio sulla mentalità del mondo Fiorentina da diverso tempo ormai.
Tommaso Fragassi

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