Castrovilli: "Prima della finale col West Ham ho provato a giocare sul dolore. Ho pensato tante volte di smettere"
Le parole del centrocampista al Corriere dello Sport: "Io volevo restare ma dopo tanti infortuni avevo bisogno di cambiare un po’ aria, pensavo mi avrebbe liberato la testa"
La voce gli si incrina un po’ quando parla di tornare a giocare: «Non aspetto altro, posso togliermi ancora tante soddisfazioni». Gaetano Castrovilli, numero 10 della Fiorentina firmata Italiano, “erede di Antognoni” come da investitura di Montella, da giugno è un calciatore svincolato. A 29 anni e dopo due infortuni al crociato, alcuni stop muscolari e «tanta sfiga», come dice lui, si allena sul campo del Figline Valdarno, vicino Firenze. «Non è un caso, è in questa città che mi ha dato tanto che voglio vivere e magari finire la carriera, un giorno. Anche se al momento sono senza squadra».
Cosa è successo?
«A giugno ho cambiato procuratore, mi aveva promesso di portarmi a giocare in Liga. Ho sbagliato io ad affidarmi a questa persona e ora, da un mese, sono con una nuova agenzia».
Come sta andando?
«Bene. Ho saputo solo dopo che tante squadre nemmeno conoscevano la mia situazione, tanti compagni mi chiamano stupiti: “Come fai tu a essere senza squadra?”. Ma questo momento di stallo mi è servito a curare ancora di più me stesso».
Aveva anche pensato di smettere.
«Sì, tante volte. Il momento peggiore è stato l’infortunio al ginocchio, il primo nel 2022. Lì è cambiata la mia carriera, più che altro perché tutti quegli infortuni sono arrivati uno dietro l’altro, a distanza brevissima. Ora penso che ci sarà stato un motivo, che non era ancora il mio momento. Ma ricordare quei momenti un po’ mi fa male. Anzi, non un po’. Tanto».
Chi l’ha aiutata?
«Il mio mental coach, che mi segue da tanti anni. E la mia famiglia. La prima volta che ho pensato di smettere, io e mia moglie Rachele abbiamo scoperto di aspettare nostro figlio Brando. Così mi sono detto che l’avrei fatto per lui, perché voglio che sia orgoglioso di me. Adesso quando guarda le partite mi dice: “Babbo, stadio”, perché vuole vedermi giocare. Ogni volta è un colpo al cuore...».
Montella la definì l’erede di Antognoni.
(sorride). «Devo molto al mister. L’ultima volta che ci siamo incontrati a Firenze, ai tempi della Fiorentina, mi ha fatto una battuta: “Non hai ancora il passaporto turco?”».
In Turchia c’è un altro allenatore del suo cuore: Vincenzo Italiano.
«Lui mi ha sorpreso molto. Andavi in campo e sapevi già cosa fare, potevi mettere in difficoltà chiunque. Ricordo che dopo il mio primo infortunio al crociato mi chiamò e mi disse: “Succede solo ai più forti”. E quando sono tornato mi ha accolto così: “Mi darai una grande mano, sono sicuro”. Questo è Italiano».
Al Besiktas lo ha raggiunto Vlahovic. Una scelta che condividerebbe?
«Volentieri, sì. Mi piace come Italiano fa giocare le squadre, lo seguo sempre e gli faccio un grosso in bocca al lupo. Per me Dusan è andato lì proprio per lui. Vi racconto una cosa su Dusan. È il 2020, stiamo vincendo 3-2 a Milano contro l’Inter con gol di Kouamé, Chiesa e mio. Lui entra, perde la marcatura e finisce che l’Inter la ribalta: 4-3. Quando siamo entrati nello spogliatoio l’abbiamo trovato in lacrime, si sentiva in colpa. Questo è quanto ci teneva. Ha voluto veramente bene a Firenze».
Cosa gli è mancato alla Juve?
«Lui ha un carattere forte, lo conosco, è un gran lavoratore e vuole sempre migliorarsi. Ma ci sono momenti in cui non riesci a esprimerti al meglio per tanti motivi: a volte li porti in partita e non riesci a rendere al massimo. Secondo me gli è mancato questo».
Sarebbe dovuto restare a Firenze?
«Non potremo mai saperlo ma chissà cosa sarebbe successo, con lui, in quelle tre finali...».
Una di Coppa Italia con l’Inter e due di Conference. Purtroppo in Europa lei le ha saltate entrambe.
«La prima, col West Ham… Mi sono rifatto male una settimana prima, al 90’ dell’ultima di campionato col Sassuolo, quando stavamo vincendo 3-1 e loro erano anche in nove. Vi dico la verità, prima della finale ho provato a giocare sul dolore, ma non ce l’ho fatta. Rimase stupito anche Emerson Palmieri: “L’avevamo preparata su di te”, mi disse a Praga».
L’anno dopo ad Atene era fuori lista Uefa: allora si disse che non era partito con la squadra e i veterani erano arrabbiati.
«Niente di più falso, fu tutta colpa del rinnovo. Ancora oggi ho un bellissimo rapporto con Biraghi e tutti gli ex compagni di Firenze. Io non sarei mai andato via. Non è stata assolutamente una questione di soldi, per me la cosa fondamentale è avere qualcuno che crede in me, ed è quello che sto cercando ora».
A proposito del rinnovo, cosa è successo veramente?
«Io volevo restare ma dopo tanti infortuni avevo bisogno di cambiare un po’ aria, pensavo mi avrebbe liberato la testa. Invece non è stato così. Poi c’è stata anche un’altra cosa, con la società, ma preferisco non dirla, perché in cinque anni mi hanno dato tanto e posso solo ringraziare. Mi resta il rammarico di non aver salutato il Franchi come avrei voluto: alla mia ultima partita ci sono stati applausi ma anche qualche fischio. Perché la gente non sapeva la verità».
Qual è il ricordo più bello di quegli anni?
«Né un gol né una partita ma la standing ovation che mi hanno fatto i tifosi dopo un Fiorentina-Juventus 0-0. Lo ricorderò per sempre».
Era il 2019 e fu applaudito anche Ribery: cosa le ha lasciato un campione del genere?
«L’umiltà. Come tutti i più grandi. Franck è una persona fantastica e un modello per chi si vuole rimettere in gioco come me. Come Modric, Vardy e Kane, che ha vinto il Pallone d’Oro a 33 anni».
In quel gruppo c’era anche Chiesa, che a sua volta sta vivendo un periodo complicato a Liverpool. Ne avete parlato?
« Abbiamo parlato all’Europeo, eravamo in stanza insieme. Gli auguro di tornare ad avere continuità, perché è un ragazzo che merita tanto. E di tornare il Federico di prima, può dare tanto anche alla Nazionale» .
Dopo la Fiorentina, nel 2024 è arrivata la Lazio.
«Un altro capitolo che fa ancora male. Sono rimasto sei mesi ma sono stato benissimo, c’era un gruppo stupendo e anche mia moglie si trovava bene. Poi ho fatto la pulizia al ginocchio e ho deciso di andare a Monza per giocare di più. Anche lì mi sono trovato bene ma se tornassi indietro cambierei resterei, almeno per tutta la stagione».
Le pesava l’etichetta di “dopo Luis Alberto”?
«No, io la pressione non l’ho mai sentita. Quando vado in campo sono sempre spensierato come quando da piccolo giocavo per strada. E negli ultimi due anni questa spensieratezza era venuta a mancare. Ora sento che quel bambino è tornato e non vedo l’ora di ricominciare».
Cosa sogna Gaetano oggi?
«Ritornare a divertirsi e a far divertire. E poi, una notte ho sognato che tornavo a Firenze. Avevo la numero 10, ero capitano. Mi è piaciuto tanto come sogno».
Nel centrocampo qualitativo della Fiorentina, tra l’altro, lei ci starebbe bene...
(ride) «Lascio che lo dicano gli altri. Seguo sempre la Fiorentina, mi dispiace per come sta andando perché è una piazza che merita tante soddisfazioni ma quando cambi ci vuole sempre tempo. I giocatori però sono veramente forti, da Atta a Fagioli. Ci vuole solo tempo».
Lo scrive stamattina in edicola il Corriere dello Sport