Atta: "Devo sfruttare al meglio le mie qualità. Grosso? Abbiamo lavorato bene ma i risultati non sono arrivati"
Ancora sulla parentesi di Grosso: "Alla prima giornata all’Olimpico avremmo potuto segnare, invece ci è andato tutto storto. Lo stesso col Frosinone in casa"
Aspirante poliglotta, divoratore di manga e dribbling nel sangue. Arthur Atta, 24 anni, francese di Rennes con famiglia originaria del Benin, è il giocatore che prima di ogni altro ha acceso l’estate viola. Il suo arrivo, dopo una notte di trattative in gran segreto, ha risvegliato l’entusiasmo di una tifoseria arrabbiata e delusa dopo un campionato passato a convivere col patema della retrocessione. Lo volevano in tanti, per lui si erano mosse Inter, Atalanta, Napoli e anche il Milan ci aveva fatto un pensierino. Segno che l’ex Udinese, di talento, ne ha sul serio: «Mi dissero “una macchina verrà a prenderti domattina a casa” — racconta lui sorridendo — quella notte dormii tranquillissimo perché la mia scelta l’avevo già fatta: volevo Firenze». Tono pacato, modi gentili, italiano quasi perfetto (ogni tanto, durante l’intervista, si ferma anche a chiedere se la coniugazione dei verbi usata è quella giusta), Atta — «un ragazzo d’altri tempi» dicono di lui al Viola Park — non si pone limiti: diventare un top con la Fiorentina, provare a vincere un trofeo e perché no, convincere perfino Zizou Zidane a chiamarlo in Nazionale. Il tempo non gli manca, anche se a Firenze ancora si è visto poco di quello che è il suo reale potenziale.
Cominciamo dall’inizio: il suo acquisto è stata una sorpresa. Lei quando ha saputo della Fiorentina? «Ah guardi quella notte ho dormito benissimo. Sapevo già cosa sarebbe successo e dove avrei giocato. Quando andai all’Udinese facemmo tutto di fretta, all’ultimo giorno di mercato. Stavolta invece avevo avuto tempo di pensare: mi ha convinto il progetto di cui mi ha parlato Paratici. Qui c’è voglia di crescere e una squadra forte. Proprio quello che cercavo io».
La volevano anche club importanti. Perché Firenze? «Perché la Fiorentina per me è già una grande squadra. È un club storico, ha voglia di tornare in alto e ha tutte le possibilità di farlo. Ripeto, qui c’è un bel progetto che guarda oltre questa stagione. E io voglio farne parte».
L’inizio è stato tremendo. Che è successo con Grosso? «A volte è difficile spiegare, a volte le cose succedono e basta. Non so perché siamo andati così in difficoltà, con il mister avevamo fatto un buon lavoro e buone amichevoli estive ma poi i risultati non sono arrivati».
Con Grosso sembravate spaventati: bastava prendere gol per alzare bandiera bianca. Con Vanoli invece siete subito cambiati. «I risultati dicono questo e capisco quindi questa critica. Ma le faccio un esempio: alla prima giornata all’Olimpico avremmo potuto segnare, invece ci è andato tutto storto. Lo stesso col Frosinone in casa. Non credo che la squadra non abbia carattere, anzi. Come dice Vanoli abbiamo una pagina bianca davanti e l’entusiasmo per riempirla di cose belle».
Veniamo a lei, finora non ha reso per quello che potrebbe. «Vero, ne sono consapevole. Mi manca il gol, tantissimo. Ci sono andato vicino, qualche volta ho sbagliato e in altre sono stato sfortunato. Devo incidere di più, devo mettermi nelle condizioni di fare la differenza. Ho avuto qualche problema muscolare ma ora sto bene e sono convinto che questa sosta mi servirà per entrare in forma».
Vanoli la sta provando anche da trequartista. Si trova a suo agio? «Ho iniziato centrocampista centrale, ma ormai sono abituato a giocare mezzala. Lì mi trovo bene perché partendo da dietro ho più spazio e possibilità di incidere, a Udine poi ho avuto un maestro come Runjaic: lui è stato fondamentale, mi ha spinto a determinare le partite e a fidarmi delle mie qualità. Giocare dietro alla punta comunque mi piace, avrò bisogno di trovare i movimenti giusti ma mi metto a totale disposizione. Per me sarà un’altra occasione per crescere».
Che tipo è Vanoli? È davvero un sergente di ferro come si dice? «Ci fa sudare, tanto (ride, ndr ). Ma questo per noi è un bene perché abbiamo una gran voglia di risalire».
L’Europa è possibile? «Non dobbiamo porci limiti, ma avere un obiettivo comune: diventare squadra. È questa la prima cosa da fare se vogliamo essere protagonisti. Il talento non ci manca».
Che ne dice di un centrocampo con lei, Fagioli e Oulai? «Che possiamo coesistere. Ma che tutto passa dal concetto di cui parlavo prima: restare connessi e pensare da squadra».
Chi l’ha stupita di più dei suoi compagni? «Franco (Mastantuono, ndr ) di sicuro, ma potrei dirle anche Njie che è velocissimo. Faccio fatica comunque a scegliere, perché dovrei citarne tanti altri».
Lei è di Rennes ma per esordire tra i professionisti è dovuto andare a Metz. Quando ha capito di poter fare il calciatore? «Ci ho sempre creduto, ci ho sempre sperato, anche grazie al sostegno dei miei. Mio padre soprattutto mi ha sempre concesso tutto: “prima gioca poi farai i compiti” mi diceva. Mia mamma la pensava diversamente ma poi si è adeguata volentieri».
A proposito di suo padre Eric. Lui è originario del Benin, quanto si sente legato all’Africa? «Moltissimo, anche se purtroppo non torno là da prima del Covid. Ho ancora dei parenti in Benin e non vedo l’ora di riabbracciarli. Il legame tra me e l’Africa è molto forte ed è bello che anche la Nazionale italiana dimostri che l’integrazione è reale».
Sogna di poterci andare, in Nazionale? «È il sogno di tutti, un giorno mi auguro di poter dire ce l’ho fatta. Io ci credo».
Che ne pensa di Firenze? «Ho preso casa adesso, ma siamo sempre al Viola Park e ho visto poco. Prometto però di ritagliarmi il tempo per godermi il centro. Intanto le dico una cosa: il tifo viola è bellissimo. Il Franchi spinge tanto e questo mi gasa. Certo, abbiamo sentito anche i fischi. Ma ce l’eravamo meritati».
Cosa le piace fare fuori dal campo? «Sono una persona semplice. Mi rilasso a casa con Playstation e serie tv. Mi piace leggere, quello sì. Sono un appassionato di manga e leggo quelli di Naruto in italiano. Li avevo già letti in francese ma farlo nella vostra lingua mi aiuta. Leggo fumetti anche in inglese, non sono ancora poliglotta ma mi piacerebbe diventarlo».
Un suo pregio e un suo difetto. «Pregio direi la tecnica. Difetto il colpo di testa. Lì devo proprio migliorare».
Un pensiero in vista del Genoa? «Noi vogliamo migliorarci senza pensare agli altri Anzi, mi faccia andare che c’è allenamento. Sennò chi lo sente il mister».