Andreazzoli: "Viola Park? Forse è anche troppo per i ragazzi giovani, si rischia che lo considerino normale"

La lunga intervista de La Nazione al nuovo tecnico della squadra Primavera: "Mi chiamano "Nonno Aurelio", all'inizio era una presa in giro, ora ci sono affezionato".

25 luglio 2026 11:10
Andreazzoli: "Viola Park? Forse è anche troppo per i ragazzi giovani, si rischia che lo considerino normale" - Sky Sport
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A volte le rivoluzioni hanno i capelli bianchi. Quella della Fiorentina porta il nome di Aurelio Andreazzoli, che a pochi mesi dai 73 anni è tornato nel settore giovanile per guidare la Primavera. Un ritorno alle origini, là dove aveva già allenato in viola quasi trent’anni fa, con una missione precisa: fare del «nonno» del calcio italiano il custode di un patrimonio di esperienza da consegnare ai talenti di domani.

Andreazzoli, dica la verità: quella di allenare la Primavera dopo una vita tra i grandi è una sfida? «Se non fosse stato così non l’avrei accettata: non avevo obblighi. L’ho fatto con piacere come risposta a una proposta del direttore Paratici. Mi è sembrata particolare come richiesta e le cose insolite mi piacciono. Qualcuno l’ha definita rivoluzionaria, ma non lo è».

Si è dato una missione da compiere? «Quella di trasmettere ai ragazzi ciò che è necessario imparino da chi ha già vissuto certe cose. Chi ha avuto la possibilità di fare esperienza ha il dovere di trasmetterla».

Ma è facile, dopo tanti anni in A, togliersi i panni dell’allenatore e diventare formatore? «Credo che siano la stessa cosa. Per come intendo l’attività dell’allenatore, significa dare forma a un’idea che uno ha in testa. E quale miglior banco di prova c’è se non farlo coi giovani?».

Per anni è stato soprannominato «nonno Aurelio». Ha pensato che oggi potrebbe davvero esserlo per i suoi calciatori? «All’inizio tanti mi prendevano per il c… a Empoli, quando arrivai, perché ero considerato avanti con gli anni. Era il 2017 e avevo pensato di smettere. Poi è nata quella storia e quel soprannome. Ma è stato grazie ai calciatori che si è trasformato in qualcosa di diverso. Così quello che all’inizio era un modo per prendermi in giro è diventato un appellativo che esprime affetto. E ora ci sono molto legato».

I giovani di oggi, alle prese coi social, sono diversi rispetto a quelli che allenava lei? «È cambiata la vita per noi, figuriamoci per loro. Ma siamo noi che dobbiamo metterci al loro passo, cercando con l’esperienza di limare le distrazioni che li allontanano dall’obiettivo. Certo, non le puoi annullare tutte però puoi aiutare i ragazzi a convivere con esse. E ce ne sono altre…»

Quali? «Il Viola Park è una splendida realtà. Me lo sono visitato qualche sera fa di notte, in bicicletta, da solo. È tutto splendido. Però a volte è... troppo. Avendo tutto, i giovani rischiano di considerare normale il non dover rinunciare mai a niente. È uno dei motivi, penso, per cui la Fiorentina ha pensato a me».

Quindi, se davanti a sé avesse un giovane che si sente arrivato, come reagirebbe? «Sicuramente questo problema lo troveremo. Anzi, c’è già. Ma dovremo essere bravi a far capire ai ragazzi che solo pochi eletti riescono ad arrivare nel calcio che conta. E parliamo di una percentuale bassissima».

La Primavera in questi anni ha vinto tutto, ora la missione sarà quella di far crescere i talenti. Come si cambia la mentalità all’esterno? «Chi vuole ascoltare, ci ascolta. Chi non vuol farlo, può andare per la sua strada. Noi andremo sempre convinti nella direzione che ci siamo dati. È evidente che per un settore giovanile vincere non rappresenta il primo obiettivo. Il target è di vedere tanti ragazzi del settore giovanile giocare in Serie A».

In questi primi giorni, che cosa l’ha stupita di più? «Gli sguardi incuriositi dei ragazzi. Ma ho avuto anche molto piacere che tutti i direttori, da Paratici a Ferrari fino a Goretti e Angeloni, siano venuti a vederci lavorare. Questo spirito si vede anche da parte della proprietà e in tal senso ci tengo a ringraziare il presidente Giuseppe Commisso e sua madre Catherine».

Tra dieci anni che cosa le piacerebbe sentirsi dire da un giocatore che allena oggi? «Buongiorno, mister!». Vorrebbe dire che sono ancora vivo (ride, ndr). A parte questo, le faccio un esempio».

Prego... «Qui ho ritrovato un mio ex giocatore, Marco Benassi, e mi ha stupito che si ricordasse di esercitazioni che io stesso non ricordavo più: è la funzione di chi fa il mio mestiere. Quando incontro qualcuno che mi ricorda cosa gli ho trasmesso significa che, in qualche modo, sono stato al mondo. Ed è ancora la mia missione: lasciare qualcosa. Quello che voglio fare anche a Firenze».