Pontello sicuro: "Baggio? Fu una cessione inevitabile. Contestazioni? Mai troppo amati dalla città"

"Ritengo che il calcio sia ancora uno sport che fa sognare"

17 agosto 2026 09:11
Pontello sicuro: "Baggio? Fu una cessione inevitabile. Contestazioni? Mai troppo amati dalla città" -
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Nelle pagine di La Nazione troviamo un'intervista a Ranieri Pontello.

La Fiorentina acquistò Roberto Baggio dal Vicenza sostenendolo anche dopo il grave infortunio al ginocchio prima ancora che esordisse. Quanto contò la scommessa tecnica e quanto l'aspetto umano in quella scelta?

«Tutto nacque un anno prima. Tito Corsi (l'allora direttore sportivo, ndr) arriva e mi dice, ‘Ranieri, hai rapporti con il presidente del Vicenza'? Maraschin era uno dei fornitore della nostra azienda, lo chiamai e gli dissi che c'era un ragazzo giovane che interessava. Non mi fece finire di parlare: ‘E' Baggio, vero?' da lì iniziammo a trattare. Si decise di non prenderlo prima, ma di farlo esordire con i grandi il campionato successivo e poi sarebbe arrivato, ‘Parola mia' disse Maraschin. Così fu. Baggio ebbe quel grave infortunio, il Vicenza lo fece operare ma volli prenderlo comunque, pagando la cifra pattuita, pur con tante incognite. Ero certo del suo valore. Ebbe una ricaduta, ma Pier Cesare Baretti, presidente di allora, chiamò Vittori, allora allenatore di Mennea, per rimetterlo in piedi».

La cessione di Baggio alla Juventus nel maggio del 1990, all'indomani della finale di Coppa Uefa persa ad Avellino, scatenò proteste di piazza senza precedenti a Firenze. C'era un margine reale per trattenere il giocatore o le dinamiche di mercato e di bilancio rendevano il trasferimento inevitabile?

«Non credo ci fosse i margini per tornare indietro. Certo, all'epoca fece scalpore una cessione del genere, oggi sarebbe un'operazione normale come ce ne sono tante. Diciamo che per certi versi fummo messi davanti a un fatto compiuto… costruito da altri».

Come visse a livello personale e familiare i giorni dell'assedio alla sede di Piazza Savonarola e le forti contestazioni della città?

«Rimasi molto dispiaciuto, come credo fosse normale. Diciamo anche una verità: non siamo mai stati troppo amati dalla città, quasi sicuramente per colpa nostra e poco simpatici. Tranne il sottoscritto, ovviamente (ride, ndr)».

La vendita della società a Mario Cecchi Gori nel 1990 segnò la fine dell'era Pontello. Se potesse tornare indietro, c'è una decisione di politica sportiva o aziendale che non rifarebbe?

«Non comprare una squadra di calcio, anche se la Fiorentina mi è sempre rimasta nel cuore e se fossi contattato nuovamente per comprare un club, non potrei che (ri)prendere la squadra viola».

Cosa significa per lei, oggi, camminare per Firenze e sentire ancora i tifosi che ricordano la sua famiglia come la dirigenza dei "sogni quasi realizzati"?

«Per fortuna, sono in pochi a riconoscermi (ride ancora, ndr)…».

Qual è il merito principale che ritiene debba esser riconosciuto al decennio della presidenza Pontello nella storia della Fiorentina?

«Per un certo periodo ci siamo uniformati a uno striscione dei tifosi che recitava ‘Conte facci sognare'. E ritengo che il calcio sia ancora uno sport che fa sognare».